venerdì 24 aprile 2020

SILLABARI : Scritto sul corpo ( X parte )



SCRITTO SUL CORPO  Una nuova dimensione del corpo La crisi del coronavirus Psicoanalisi e antropologia in dialogo

Concludo questo scritto sul corpo riportando  parte di una intervista di Alfredo Lombardozzi a Fabio Dei che tra gli altri argomenti affronta  il problema di una “ nuova dimensione del corpo”  che è in definitiva il tema del nostro ragionare .


Dal punto di vista antropologico, in un momento in cui l’angoscia riguarda proprio il corpo che si può ammalare, aggredito da un virus che è un agente patogeno esterno, vissuto anche come una forma di alterità ‘invisibile’, come possiamo pensare di collocare il corpo in una nuova dimensione di significato o di costruzione culturale?

 Sono stato molto colpito, nella fase (a cavallo fra febbraio e marzo) in cui le attività sociali non erano chiuse ma erano già in vigore i provvedimenti restrittivi sugli assembramenti e sui contatti personali, dalla difficoltà a controllare una serie di nostri consolidati habitus corporei. Incontravi una persona, tendevi la mano e poi ti ricordavi che non si dovrebbe stringere la mano, né abbracciare o altro. Ma per noi la relazione personale ha a che fare con quel toccare ritualizzato che sono le forme di saluto. Sono norme che abbiamo profondamente incorporato, nelle quali si gioca la nostra “faccia” pubblica, la costruzione sociale del nostro Self (per usare il linguaggio di Goffman). Il contrasto fra queste norme e quelle profilattiche provocava in quei giorni una situazione di “doppio legame” difficile da risolvere, sciolta magari da una battuta sul fatto di aver appena commesso un reato stringendosi la mano. Lo dico per sottolineare in che misura la dimensione corporea sia stata messa in gioco da questa socialità modificata. Nella fase successiva, quella della “reclusione” forzata che stiamo attraversando, è ancora tutta da capire quale sarà su tempi medio-lunghi la reazione di corpi sottratti a una parte almeno delle loro routine giornaliere. Così come dovremo capire che cosa diventano alcune attività relazionali se trasportate interamente sul piano virtuale. Il caso delle sedute analitiche che tu proponi è di per sé interessantissimo. Se Freud avesse potuto disporre di Skype, avrebbe costruito in modo diverso il setting analitico? Avrebbe rinunciato alla compresenza dei corpi e agli elementi di cultura materiale  (gli oggetti antichi e etnici che stipavano il suo studio, rimandando con la loro presenza alla profondità “archeologica” dell’inconscio?). Forse sì, nel senso che la psicoanalisi si presenta nella sua forma classica come una terapia verbale che evita il contatto fra i corpi (contro le terapie popolari studiate dall’antropologia che si fondano invece sul tocco: eppure anche in queste vale il principio dell’azione a distanza). Ma come tu dici la comunicazione sensoriale tra analista e paziente è aspetto cruciale della relazione (come la stessa teoria riconosce in modo sempre più chiaro). Credo si tratti di essere pragmatici: la relazione virtuale può funzionare in alcuni casi, forse in altri no. La mia esperienza di questi giorni è con le lezioni universitarie on line: le quali funzionano bene, in certi casi stimolano l’interattività e la partecipazione degli studenti più di quelle “in presenza”. Quindi non sono d’accordo con chi afferma in linea di principio che non si tratta di vera didattica, che quella dal vivo è tutta un’altra cosa  etc. D’altra parte, però, non mi sogno di pensare che le lezioni on line possano sostituire del tutto quelle in classe. Ad esempio, io ho iniziato con i  corsi in presenza, e mi è più facile continuare adesso nelle “aule virtuali” perché ho già costruito con le studentesse e gli studenti una conoscenza più diretta. Vedo un rapporto di complementarità, e non di mutua esclusione, fra le due forme. 


Fabio Dei insegna Antropologia culturale all’Università di Pisa. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Terrore suicidaReligione, politica e violenza nelle culture del martirio (Roma, Donzelli, 2016); Stato, violenza, libertà (Con C. Di Pasquale, Roma, Donzelli, 2017); Cultura popolare in Italia. Da Gramsci all’Unesco (Bologna, Il Mulino, 2018).
Alfredo  Lombardozzi è socio ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical association (IPA) e Socio ordinario con funzioni di training dell’istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo (IIPG). E’ stato direttore scientifico della rivista Koinos-gruppo e funzione analitica  ed è Segretario scientifico del Centro di Psicoanalisi Romano. Come psicoanalista e antropologo ha pubblicato: Figure del dialogo tra antropologia e psicoanalisi, Borla, Roma, 2006 e L’imperfezione dell’identità. Riflessioni tra psicoanalisi e antropologia; AlpesItalia, Roma, 2015.
 Fonte   https://www.spiweb.it/cultura/la-crisi-del-coronavirus-psicoanalisi-e-antropologia-lombardozzi-intervista-f-dei/


Eremo Rocca S. Stefano venerdì  24 aprile 2020

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