Concludo questo scritto sul corpo riportando parte di una intervista di Alfredo Lombardozzi a Fabio Dei che tra gli altri argomenti affronta il problema di una “ nuova dimensione del corpo” che è in definitiva il tema del nostro ragionare .
Dal punto di vista antropologico, in un momento in cui l’angoscia riguarda proprio il corpo che si può ammalare, aggredito da un virus che è un agente patogeno esterno, vissuto anche come una forma di alterità ‘invisibile’, come possiamo pensare di collocare il corpo in una nuova dimensione di significato o di costruzione culturale?
Sono stato molto colpito, nella fase (a cavallo
fra febbraio e marzo) in cui le attività sociali non erano chiuse ma erano già
in vigore i provvedimenti restrittivi sugli assembramenti e sui contatti
personali, dalla difficoltà a controllare una serie di nostri consolidati
habitus corporei. Incontravi una persona, tendevi la mano e poi ti ricordavi
che non si dovrebbe stringere la mano, né abbracciare o altro. Ma per noi la
relazione personale ha a che fare con quel toccare ritualizzato che sono le
forme di saluto. Sono norme che abbiamo profondamente incorporato, nelle quali
si gioca la nostra “faccia” pubblica, la costruzione sociale del nostro Self
(per usare il linguaggio di Goffman). Il contrasto fra queste norme e quelle
profilattiche provocava in quei giorni una situazione di “doppio legame”
difficile da risolvere, sciolta magari da una battuta sul fatto di aver appena
commesso un reato stringendosi la mano. Lo dico per sottolineare in che misura
la dimensione corporea sia stata messa in gioco da questa socialità modificata.
Nella fase successiva, quella della “reclusione” forzata che stiamo
attraversando, è ancora tutta da capire quale sarà su tempi medio-lunghi la
reazione di corpi sottratti a una parte almeno delle loro routine giornaliere.
Così come dovremo capire che cosa diventano alcune attività relazionali se
trasportate interamente sul piano virtuale. Il caso delle sedute analitiche che
tu proponi è di per sé interessantissimo. Se Freud avesse potuto disporre di
Skype, avrebbe costruito in modo diverso il setting analitico? Avrebbe
rinunciato alla compresenza dei corpi e agli elementi di cultura
materiale (gli oggetti antichi e etnici che stipavano il suo studio,
rimandando con la loro presenza alla profondità “archeologica”
dell’inconscio?). Forse sì, nel senso che la psicoanalisi si presenta nella sua
forma classica come una terapia verbale che evita il contatto fra i corpi
(contro le terapie popolari studiate dall’antropologia che si fondano invece
sul tocco: eppure anche in queste vale il principio dell’azione a distanza). Ma
come tu dici la comunicazione sensoriale tra analista e paziente è aspetto
cruciale della relazione (come la stessa teoria riconosce in modo sempre più
chiaro). Credo si tratti di essere pragmatici: la relazione virtuale può
funzionare in alcuni casi, forse in altri no. La mia esperienza di questi
giorni è con le lezioni universitarie on line: le quali funzionano bene, in
certi casi stimolano l’interattività e la partecipazione degli studenti più di
quelle “in presenza”. Quindi non sono d’accordo con chi afferma in linea di
principio che non si tratta di vera didattica, che quella dal vivo è tutta
un’altra cosa etc. D’altra parte, però, non mi sogno di pensare che le
lezioni on line possano sostituire del tutto quelle in classe. Ad esempio, io
ho iniziato con i corsi in presenza, e mi è più facile continuare adesso
nelle “aule virtuali” perché ho già costruito con le studentesse e gli studenti
una conoscenza più diretta. Vedo un rapporto di complementarità, e non di mutua
esclusione, fra le due forme.
Fabio Dei insegna Antropologia culturale
all’Università di Pisa. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Terrore
suicida. Religione, politica e violenza nelle culture del
martirio (Roma, Donzelli, 2016); Stato, violenza, libertà (Con
C. Di Pasquale, Roma, Donzelli, 2017); Cultura popolare in Italia. Da
Gramsci all’Unesco (Bologna, Il Mulino, 2018).
Alfredo Lombardozzi è socio
ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International
Psychoanalytical association (IPA) e Socio ordinario con funzioni di
training dell’istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo (IIPG). E’
stato direttore scientifico della rivista Koinos-gruppo e funzione
analitica ed è Segretario scientifico del Centro di Psicoanalisi
Romano. Come psicoanalista e antropologo ha pubblicato: Figure del
dialogo tra antropologia e psicoanalisi, Borla, Roma, 2006 e L’imperfezione
dell’identità. Riflessioni tra psicoanalisi e antropologia; AlpesItalia,
Roma, 2015.
Fonte
https://www.spiweb.it/cultura/la-crisi-del-coronavirus-psicoanalisi-e-antropologia-lombardozzi-intervista-f-dei/
Eremo Rocca S. Stefano venerdì 24
aprile 2020
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