Un abitante del Vermont
andò alla fattoria di un vicino, a cui chiese: «Lem, che cosa hai dato al tuo
cavallo l’anno scorso, quando ebbe quella colica?»
Lem rispose: «Crusca e
melassa».
L’agricoltore rincasò,
tornò una settimana dopo e disse:
«Lem, ho dato al mio
cavallo crusca e melassa, ed è morto».
Lem replicò:«Anche il
mio».
Ogni volta, quando ripenso a questa storiella mi sento nei panni di quel cavallo. Spiega
bene che cos’è la logica quella che manca
alla narrazione del nostro presente perché rischiamo di fare la fine di
quel cavallo .
C’era una narrazione nella nostra vita di ogni giorno prima
dell’epidemia di coronavirus che ora è scomparsa
. Una narrazione che si perdeva in una sublimazione di alcune cose e non di altre, che portavano
inesorabilmente ad escludere dai dibattiti alcuni argomenti in favore di altri,
che prepotentemente avevano preso la mano dovunque sui social, nei talk show ma
soprattutto nella declinazione quotidiana della politica. Così non si parlava d’altro che della difesa
dall’immigrazione, dagli sbarchi, dalla necessità di uscire dall’Europa e quindi dall’euro, dell’immigrato che veniva
a toglierti il lavoro e via dicendo .
Le evidenze che stanno caratterizzando la vita che viviamo in questi giorni, pur se ci hanno costretto ad abbandonare
quella narrazione, in realtà hanno anche
loro la logica della morte del cavallo in quanto sono sempre appese a qualcosa che non si dice , a qualcosa che prevede un
antefatto, a qualcosa insomma che non si riesce a capire .In altre parole dimostrano come sia stato facile
capovolgere quello in cui avevamo
creduto, quello che avevamo fatto per
una intera vita . E soprattutto perchè la confusione delle
notizie che riportano opinioni pro e
contro avvenimenti e che dovrebbero
esaminare i fatti nella loro
essenzialità, offrendo la possibilità di farsi una propria opinione,
ovvero di ragionare con la propria testa, è grande. E non solo ma anche pericolosa perché appunto con la
necessaria condivisione ( i social sono nati per condividere ma a certe
condizioni e per obiettive necessità di informazione e per
naturale voglia di fare due chiacchiere )
tout court , senza alcun controllo, contribuiscono ad alimentare
fake news ( che sono l’anima nera dei social ) e che portano in questo periodo alla ribalta bufale,in quanto grazie a Internet ed ai Social Network,
rispetto un tempo ora è decisamente più facile far circolare notizie
false.
Il
matematico Von Neumanni venne consultato da un gruppo di studiosi che
stavano costruendo un razzo da mandare nello spazio. Quando vide la struttura
ancora incompleta del razzo, disse: «Dove avete preso i progetti per questa
aeronave?». Gli risposero che avevano un gruppo di ingegneri progettisti. Von
Neumann fu sprezzante: «Ingegneri!! Ma io ho esposto in modo esauriente la
teoria dei razzi. Leggetevi il mio trattato del 1952».
Il gruppo consultò allora il trattato,
disfece completamente i dieci milioni di dollari di strutture fin lì costruite
e ricominciò da capo, ricostruendo il razzo seguendo le istruzioni di Von
Neumann esposte nel testo.
Al momento del lancio l’intera
struttura esplose.
Essi, infuriati, richiamarono Von
Neumann e gli dissero:«Noi abbiamo seguito le sue istruzioni alla lettera, ma
al momento del lancio è scoppiato tutto. Perché?!».
Questi, impassibile, rispose: «Ah
sì…questo è tecnicamente conosciuto come il problema dell’esplosione. L’ho
esposto compiutamente nel mio trattato del 1954».
Così il computer
che era
il segno delle nuove solitudini, di un mare sommerso che si affacciava al mondo
odiandolo è entrato prepotentemente
addirittura nelle famiglie. Costrette
a stare a casa, hanno scoperto il valore della comunità virtuale.
A una velocità pazzesca ci
siamo impadroniti del computer, istituzioni impolverate e austere, penso
all’università, alle burocrazie dello Stato, si sono trovate nella condizione
di apprendere prestissimo un nuovo sistema di trasmissione delle conoscenze e delle
competenze. In tempi di pace ci sarebbero voluti vent’anni; in tempo di guerra,
perché siamo in guerra, sono bastati 20 giorni. Grazie alla rete le nostre vite
invece si sono potute tenere in piedi. Eravamo scontenti delle nostre abitudini
e non sapevamo trovare un rimedio. Per esempio in rapporto al tempo. Ci mancava sempre tempo. Per i nostri
piaceri e per i nostri doveri, per i figli o per la cucina. Per la riflessione,
per il sentimento. Riacquistare forzosamente un tempo così lungo è stato da una
parte traumatico e dall’altra ci ha fatto capire che forse era possbile anche
prima mettendo in discussione appunto la
logica dei nostri comportamenti ,Una strana
condizione illogica che ci costringe a pensare alla nostra vita, e
sicuramente a ripensarla. Soprattutto a evitare gli errori della nostra vita
precedente.
John Stuart Mill elaborò a suo tempo metodi induttivi per legare fenomeni
causalmente. Tra questi quello del
bevitore scientifico che tratta dell’induzione . Devo fare una premessa. La regola
della concordanza, ad esempio, ci dice che se un numero n di fenomeni
presentano tutti una stessa caratteristica in comune x, insieme ad altre
y,z, o q che invece si riscontrano in alcuni e non in altri, certamente x
sarà la causa o l’effetto di quel fenomeno. Così,
se immediatamente il pranzo di oggi tutta la mia famiglia si
fosse sentita male, avesse avuto dolori di
stomaco e nausea, ed ognuno avesse mangiato cibi diversi eccetto un cibo
che invece tutti quanti
hanno mangiato, diremmo certamente che è quel cibo, e non un altro, la causa del malessere.
La storiella del bevitore scientifico smentisce questa
intuitiva regoletta.
Immaginate che tutte le sere un tizio entri in un bar, ordini ogni sera più cocktail ogni volta dello stesso tipo, e regolarmente si ritrovi la mattina dopo ubriaco e con un cerchio alla testa. Egli decide che non vuol più ubriacarsi, così applica, da buon scienziato quale è, le regole dell’induzione. Ora: avendo egli la prima sera whisky con soda, la seconda sera bourbon con soda, la terza sera brandy con soda, la quarta gin con soda e la quinta rum con soda, non credete che giurerà a se stesso di non toccare più soda in vita sua?
Una storia che si addice a qualcosa che non ha nulla di empirico quale il lavoro . Con una grande illogicità si dice il lavoro cambierà, muterà faccia. Ma si potrebbe rispondere anche che è vero anche il contrario. Cioè in tanti lo troveranno. Quel che non sappiamo è come sarà: il suo valore economico, la sua qualità. Sono interrogativi di non poco conto dentro il carattere non lineare dei processi innescati.
Immaginate che tutte le sere un tizio entri in un bar, ordini ogni sera più cocktail ogni volta dello stesso tipo, e regolarmente si ritrovi la mattina dopo ubriaco e con un cerchio alla testa. Egli decide che non vuol più ubriacarsi, così applica, da buon scienziato quale è, le regole dell’induzione. Ora: avendo egli la prima sera whisky con soda, la seconda sera bourbon con soda, la terza sera brandy con soda, la quarta gin con soda e la quinta rum con soda, non credete che giurerà a se stesso di non toccare più soda in vita sua?
Una storia che si addice a qualcosa che non ha nulla di empirico quale il lavoro . Con una grande illogicità si dice il lavoro cambierà, muterà faccia. Ma si potrebbe rispondere anche che è vero anche il contrario. Cioè in tanti lo troveranno. Quel che non sappiamo è come sarà: il suo valore economico, la sua qualità. Sono interrogativi di non poco conto dentro il carattere non lineare dei processi innescati.
Ho parlato di processi
logici e illogici, di mutazioni e di persistenze nel mondo dell’informazione, dell’uso dei social ,all’interno della famiglia e del mondo
del lavoro
Non rimane per il momento
che richiamare l’attenzione su una forma
di illogicità o di estrema logica :il rapporto
tra Stato, istituzioni e contesto culturale, tenendo conto delle problematiche
che si sono poste in conseguenza delle limitazioni e delle regole di
comportamento, che sono state istituite per fare fronte all’emergenza sanitaria
del coronavirus?
Salvo poche e isolate
eccezioni, nessuno ha giocato su una lettura strumentale delle misure di
restrizione della socialità che stiamo vivendo, per sostenere che si
invererebbe così la reale natura repressiva e militarizzante dello Stato,
il quale non avrebbe potuto desiderare miglior pretesto per rinchiuderci tutti
in casa e riempire le strade di soldati. E per fortuna nessuno ha
avuto il coraggio di dire che la scienza medica che ha dettato le norme di
isolamento è una “scienza di Stato”. Sgombrato il campo da simili
equivoci ideologici, però, non è che tutto sia semplice.
La campagna di
sensibilizzazione e su forme di profilassi “fiduciarie” ha fatto emergere una
certa responsabilizzazione che non è
bastata per cui si è dovuto arrivare a forme di coercizione.
La tensione tra
responsabilità comunitarie e provvedimenti repressivi e punitivi è
diventato un nodo irrisolto. Un illogico noto
perché al senso di coesione
attorno a un bene comune si contrappongono le conflittualità fra
categorie di cittadini sui quali le restrizioni pesano in modo diverso,
le accuse di “immoralità” una tendenza alla criminalizzazione dei comportamenti
dei singoli . Cose pericolose .
Tutto all’interno della delicata fase
di vita e di difficoltà di azione
che in questo vive la società civile. L’associazionismo, il volontariato, le
reti di solidarietà territoriale, importanti forze aggregative come quelle
delle parrocchie non hanno grande spazio d’azione cosa che permette appunto di
non riuscire ad ascoltare gli echi da un mondo che verrà.
Le storielle possono leggersi nel testo di
SMULLYAN R., Qual è il titolo di questo
libro?, Zanichelli, Bologna, 1981, p.169-172.


Nessun commento:
Posta un commento