L’uomo è una creatura fragile e precaria ed ha come
sua alleata la morte. Perché la morte è un allenamento quotidiano che ci aiuta ad essere migliori, che ci aiuta
a vivere meglio. Senza la morte noi saremmo, da animali quali siamo, soggetti all’unico modo di esistere :
l’utilitaristica catena alimentare e le leggi dello’evoluzione .” Homo homini
lupus” anche se a lungo ci siamo
domandati quanta etica ci fosse nella natura
proprio in riferimento all’evoluzione: Quanto a lungo ? Ma non è
l’argomento di questa riflessione. L’ho solo accennato perché intendo tornarci sopra
in un altro post ma qui voglio continuare a parlare della morte e della sua antropologia.
Una
antropologia che evidenzia tutta la precarietà della condizione umana . I
simboli di questo aspetto della
vita-morte ( perché vita e morte sono
strettamente legati tra loro ) quali le tombe, le sepolture, i riti di passaggio sono lo specchio
in fondo di come si è vissuto e del “felice” abbandono di quella precarietà. La morte
restituisce in qualche modo quello che
la vita giorno per giorno sottrae e lo fa in un solo istante, l’ultimo. E quell’istante vale nel tempo cosmico non solo il senso della vita e della morte ma
anche la cosiddetta eternità. La vita e la morte che si alternano. “ Quando c’è
la vita non c’è la morte e quando viceversa c’è la morte non c’è la vita . “ L’uomo non ha voluto riconoscere questa
semplice verità e ha fatto di tutto per
imbrogliare le carte a favore di una
sovrastruttura che nel tempo è diventata
poderosa e ha invaso e nascosto quello che era l’unico rapporto reale nell’universo.
Probabilmente
saremmo portati fuori strada e
occorrerebbe un lungo discorso per
parlare dei rapporti esistenti nel cosmo
anche alla luce della fisica e della fisica quantistica. Sono
considerazioni che non posso affrontare qui
perché non ho le competenze e le qualità di divulgazioni tali da
rispettare quello che potrei studiare in
tal senso, ovvero tali da rendere il discorso.
Quello
che voglio dire è che in una situazione
di fortissima precarietà quale può
essere una pandemia, quella attuale ,viene in evidenza, per esempio, tutta la fragilità dell’uomo . Dentro la
quale negare un rito di sepoltura o un cammino
verso la morte , come ciascuno di noi segretamente si è immaginato rappresenta proprio la rottura tra quel
nesso naturale tra vita e morte. In
termini un poco più accesi si potrebbe
parlare di una “ barbarie” che però non significa niente e non è ilo caso di
scomodare psicologia, sociologia, religione. Solo la storia probabilmente può
aiutarci a capre il senso di questa
privazione . A capire perché pure la morte tenta di privare l’uomo della sua
umanità.
Giulia
Belardelli su Huffpost del 13 marzo 2020
scrive : “Questa pandemia ci priva di un aspetto antropologicamente costitutivo
della nostra civiltà, che è il culto dei morti. La civiltà inizia con la
sepoltura dei cadaveri, che è il segno della fiducia in una vita ultraterrena.
Non per nulla i cadaveri venivano sepolti in posizione fetale o colorati di
ocra rossa. Le prime sepolture risalgono a 100 mila anni avanti Cristo. Siamo
privati di qualcosa che, secondo gli storici e gli antropologi, ci rende umani.
L’umano nasce con la cultura dei morti. Qui abbiamo di fronte una circostanza
che toglie l’umano ad una società già disumana sotto molti aspetti, come lo
sfruttamento del pianeta e degli esseri umani, la non-accoglienza,
l’individualismo, il predominio del profitto sul bene comune...”.(…)
“Nell’Occidente contemporaneo l’occultamento del pensiero sulla morte,
l’evitamento della parola morte è generalizzato. Siamo impreparati come Paese e
come cultura. Per questo è più facile che sia messo in ginocchio un Paese che
ha il terrore della morte rispetto a uno che con la morte ha più dimestichezza.
Del resto, nel Medio Oriente il coronavirus non può impattare più di quanto
abbia fatto la pace minata ormai da tempo. Qui invece eravamo in una bolla di
benessere, un sistema fortemente consumistico, dove molti valori etici erano
crollati. Anche le grandi mobilitazioni più recenti sono state sempre mosse
dalla paura. Persino quella contro l’inquinamento spesso non è nutrita
dall’amore per la natura, ma dalla paura per il proprio futuro. La nostra
cultura tende a evitare la morte, ma la morte resta il movente di tante scelte
e tanti orientamenti”.
L’unica
sepoltura accertata di epoca preneolitica è una tomba ad incinerazione del
Mesolitico proveniente da un riparo
presso Viomaz . La tombe di questo
periodo ci aiutano a capire la società a
cui appartennero i defunti e forse il
loro rapporto con la morte. L’architettura ci aiuta poi anche a capire il valore della morte e l’dea di
sopravvivenza così si va dalle quattro lastre
verticali e una di copertura
delle tombe a “ cista” del tipo
Chamblaudes con uno scheletro
rannicchiato ai dolmen ,
all’architettura a cielo aperto, alle sepolture ad incinerazione sotto tumuli del periodo Neolitico fino alle tombe del Bronzo con la sepoltura in posizione supina fino alle piramidi e alle sepolture greche e romane, dei corredi
delle tombe dell’area del
Mediterraneo fino al medioevo e all’età
contemporanea. . Gli egiziani poi ci
offrono il più spettacolare senso della morte con le piramidi. Queste
costruzioni furono accompagnate nel tempo da cerimonie, riti, usanze e costumi
relativi al lutto creando un tutt’uno
Secondo
la cultura greca la vista dei resti di
un defunto offende gli dei per cui si
doveva procedere alla inumazione o alla
cremazione. Resti che dovevano essere coperti o ritornare alla terra. Lasciare
una salma insepolta era un castigo peggiore della morte stessa. Per il passaggio del Fiume Stige ( che era è uno dei cinque fiumi presenti
negli Inferi secondo la mitologia greca e romana; gli altri sono Cocito (fiume dei pianti), Acheronte (fiume del dolore), Flegetonte (fiume del fuoco) e Lete (fiume dell'oblio). il defunto doveva portare con sé una moneta. Il defunto veniva esposto ( prothesis)
ai parenti e amici che compivano
il gesto di spruzzare acqua sulla salma con dei ramoscelli di una pianta aromatica. Per Omero le esequie si celebrano con il rogo
e gli amici si strappano i capelli. Dopo le esequie ci si riuniva per una
conviviale .Poi venivano offerti
sacrifici agli dei che si
ripetevano ancora il nono giorno dopo il
decesso..La tomba era contrassegnata da una stele. Nell’antica Roma l’organizzazione dei funerali era
affidata a vere e proprie imprese
funebri che provvedevano a chiamare per
la cerimonia di sepoltura danzatori ,lamentatrici.
L’’uso era quello di raccogliere le ceneri
in un’urna vista la prevalenza
dell’usanza della cremazione. Per gli
etruschi il regno della morte è un capitolo affascinante della storia della morte perché questo popolo credeva a qualche forma di sopravvivenza terrena del
defunto . Quindi occorreva dotare le sepolture a tutti i richiami del mondo dei
viventi. Il culto dei morti era poi un modo
di affermare la potenza e il prestigio della famiglia. Così nel tempo si incontrano varie tipologie di necropoli. Infine a grandi salti si arriva alle sepolture del mondo cristiano con i suoi riti e la sua regolamentazione fino alle norme
moderne nate da un editto di Napoleone che dette vita d uno dei poemi più belli della lirica italiana del
Settecento .
“
All’ombra de’
cipressi e dentro l’urne /confortate di pianto è forse il sonno /della morte
men duro? / sono i primi tre versi di
quest’opera che tutti hanno imparato a scuola apparsa nella primavera del 1807 per i tipi della tipografia di Niccolò Bettoni, a Brescia. Era
stata scritta l’anno prima 1806 e ispirata da una conversazione dell’autore con
Ippolito PIndemonte nel salotto
veneziano di Isabella Teotochi Albrizzi, intorno al problema, allora molto
sentito, della sepoltura dei morti.
Pindemonte difendeva , dal punto di vista affettivo religioso,
l’istituzione delle sepolture ( stava
componendo per questo un poema sui Cimiteri ), sostenendo che la
moderna filosofia, dalla quale traeva spunto la recente legislazione in
materia, inducesse a ignorare il culto dei defunti. Foscolo voleva far valere una concezione per così dire materialistica dell’esistenza
sostenuta già nel sonetto Alla sera . Una conversazione che contribuiva al
dibattito creato tra gli intellettuali dall’editto di Saint Cloud
(1804) - che imponeva che le tumulazioni avvenissero fuori dal centro abitato e
(soprattutto) che le lapidi dei “cittadini” fossero tutte identiche esteso all’Italia, allora sotto il dominio
napoleonico I Sepolcri si presentano pertanto
come una ripresa puntuale di quella discussione (ravvisabile fin dall’incipit in
medias res, e dalla dedica a Pindemonte). In sostanza Foscolo in
quest’opera trasfonde parecchi spunti e
motivi già visti nell’Ortis e nei
sonetti (si pensi al tema del sepolcro nelle poesie A Zacinto e In morte del fratello Giovanni)
che i ritonano qui, sviluppati, rifomrulati e arricchiti. Solo la “corrispondenza
d’amorosi sensi” (v.
30), è per Foscolo in grado di garantire all’uomo l’immortalità, attraverso il ricordo dei suoi simili. Al nulla eterno, Foscolo contrappone
un sistema di valori, illusioni, ideali, in grado di resistere all’azione
corrosiva del tempo. Il sepolcro è non solo luogo di affetti, ma consente la
trasmissione di un intero patrimonio umano, attraverso il culto
dei più grandi eroi della Storia.
E’
in sostanza quello che dice Marcel
Mauss, un grande antropologo del Novecento, ovvero che si è umani quando si è donatori. La morte
è l’ultimo dono che facciamo agli altri. Come moriamo rimane nella memoria di
tutti. La morte ci costringe a donare tutto Ecco, il dono che ci possono fare
le persone che stanno morendo ora è di farci capire l’importanza della
relazione con chi sta per morire e della relazione con chi è già morto, così da
restare veramente umani.
Philippe
Ariès Storia della morte in Occidente BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Edgar Morin
L'uomo e la morte Formato
Kindle Dimensioni file: 1960 KB
Lunghezza stampa: 394 Editore: Edizioni Centro Studi Erickson
Kubler Elisabeth
Ross La morte e il morire, Cittadella ,
2005


Nessun commento:
Posta un commento