mercoledì 29 aprile 2020

DIARIO DEL CERCHIO. A che punto è la notte . Domande alla scoperta del senso della sopravvivenza



“ … Devo aprire gli occhi ,pensò la moglie  del medico. Attraverso le palpebre chiuse, quando più volte si era svegliata  la notte aveva percepito  lo smorto chiarore  delle lampadine che a stento illuminavano la camerata  ma adesso le sembrava di notare una differenza,un’altra presenza luminosa, era forse l’effetto delle prime luci dell’alba, ma forse era già il mare di latte  che le stava invadendo gli occhi…”
E’ questa la descrizione di un morbo sconosciuto che Josè Saramago racconta alla pagina 56 del suo romanzo  Cecità , Universale Economica Feltrinelli 1995.
La donna è ormai in ospedale . In quarantena per difendere la comunità dal contagio di un misterioso morbo che rende ciechi.

Fuori “… Brutta per chiunque la situazione, per i ciechi era catastrofica  dal momento che come si dice correntemente  non potevano vedere dove andavano ,né dove mettevano i piedi . Era penoso vederli sbattere contro le macchine abbandonate, uno dopo l’altro, schiacciandosi gli stinchi, alcuni cadevano e piangevano.  C’è qualcuno che mi dia una mano ad alzarmi ,ma c’erano anche quelli che  abbattuti dalla disperazione o per carattere , imprecavano e respingevano  la mano benemerita accorsa  in loro aiuto. Mi lasci  arriverà anche il suo turno  di diventare cieco , allora l’anima compassionevole si spaventava , scappava via , si perdeva in quella densità della nebbia bianca, subitamente consapevole  del rischio che la bontà gli aveva  fatto correre, magari per diventare cieco qualche metro più avamti…” ( pag. 112-113)

Ho scelto due passi dello scrittore portoghese  per la similitudine che offrono  in tema di coronavirus , morbo sconosciuto che sta cambiando il nostro mondo. Per una epidemia  causata da un morbo sconosciuto , nel romanzo di Saramago,  una popolazione perde la vita. Con reazioni psicologiche devastanti. Terrore e gratuita violenza gli effetti sulla convivenza. La cecità cancella ogni pietà e fa precipitare  nella barbarie. Certamente il racconto di Saramago è estremizzato fino alle più fantasiose conseguenze . Dentro però c’è  tutta la metafora di una umanità  che possiamo definire bestiale e feroce ,incapace di vedere e distinguere le cose  razionalmente , artefice di crudeltà.

Mi sono domandato  quando la cecità che in altri modi e termini può scatenare questa epidemia di coronavirus possa essere  controllata, arginata, fermata . Ho preso ad esempio questo racconto non a caso  perché ha in sé tutti gli elementi di disturbo  per una realtà che appunto, in condizione di bisogno  e difficoltà  uguale per tutti ( o forse no ) , dovrebbe bandire  indifferenza ed egoismo, potere e sopraffazione, . Il buio della ragione è una cecità  da morbo, da pandemia. Il popolo raccontato da Saramago   non diventa cieco per il morbo ma lo è già. Solo che se ne avvede solo quando  un qualcosa fa scattare il senso della sopravvivenza. E la domanda diventa : ma se ne avvede veramente?. Non è solo una domanda su uno scritto letterario, su un’opera letteraria. E’ una domanda anche per la nostra realtà quotidiana,quella di oggi, quella contagiata da un virus sconosciuto . Con tutte le dovute cautele  e con tutti gli elementi di raffronto  e di riscontro  voglio fare un esercizio di lettura  della realtà. Ossia un inventario, una lista  di  domande delle quali ci avvediamo , Perché con queste domande dobbiamo fare i conjti non solo durante la pandemia ma anche quando, come dicono gli scienziati bisognerà convivere  con il nostro coinquilino. Una convivenza che comporterà la soluzione di alcuni problemi ma che inesorabilmente tornerà a far pesare alcuni aspetti di questa vicenda .

Allora per esempio potremo domandarci  qual è il significato dell’epidemia in termini di Filosofia della Storia? Lo stato di isolamento (di “sospensione”,) minaccia un futuro distopico oppure lascia intravedere uno scenario di decrescita felice? Il virus appiattisce le disuguaglianze sociali oppure le esalta ancora di più? C’è più utilitarismo o più spirito del dono nelle reazioni della gente? Nel rafforzamento dei poteri statali c’è più violenza strutturale o più perseguimento del bene comune (contro il principio del free rider, ovvero del cattivo utilitarismo che per un piccolo vantaggio individuale  produce ingenti danni collettivi)? 

In un intervento sul forum Storie virali (aperto da Andrea Carlino e Giovanni Pizza sul sito della Treccani), Chiara Moretti svolge alcune osservazioni molto interessanti sul contesto di attribuzioni morali che il contagio e le misure di contenimento hanno innescato. Allora ci domandiamo  per esempio quanto sia giusta la riprovazione morale verso gli emigrati che si sono ammassati sui treni per far ritorno al Sud; verso chi esce in modo apparentemente indebito; persino verso i contagiati, che sono vittime ma al tempo stesso colpevoli di aver sottovalutato il rischio e forse di aver così contagiato altri. .Esiste veramente un l ruolo salvifico degli “angeli degli ospedali” e via dicendo compreso la retorica del  andrà tutto bene e ce la faremo…, e così via.   La verità non è che questa “carica morale” attribuita al rischio  è un effetto secondario di una cattiva comunicazione o di un governo inadeguato che intende criminalizzare i cittadini. Siamo di fronte  ad un  meccanismo che l’antropologia e la storia culturale conoscono bene, e che possono dunque contruibuire a farci  comprendere un po’ meglio la realtà.  

Scrive il filosofo Agamben  :” . La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede.” E’ vero ?
Il problema dell’assenza di riti funebri per chi muore in questi giorni nei reparti di rianimazione sconvolge le nostre coscienze o è una delle  inevitabile conseguenze di una lotta che ha messo in piedi delle difese, dei confini  che non può superare  senza aprire brecce in favore del nemico ? Cosa ne sappiamo? Siamo di fronte a nuda vita, oppure (come sembra di cogliere da vaghe notizie di stampa) si innescano forme di creatività culturale che tentano di surrogare comunque forme di “trascendimento nel valore”,  di cordoglio ritualizzato? Servirebbe su tutto questo saperne di più, andar oltre il puro riflesso delle notizie di stampa (che pure sono quanto ci resta).

La lista delle domande si allunga di giorno in giorno e le risposte tendono a non venire mai  e quelle che ci sono sembrano insufficienti .

Perché alla fine di questo processo   la sottrazione inevitabile non porti allo zero assoluto , non ci faccia cadere nel vuoto dobbiamo cercare di dare delle risposte , ma dobbiamo cercare di dare un senso alla sopravvivenza che ha bisogno di quelle domande . Farsi domande equivale a  sopravvivere. .

 Non ci sono al momento conclusioni , ci sono ancora altre domande che fanno trapelare  una morale anch’essa a modo di domanda  : chi pagherà in Italia e nel mondo  il prezzo più alto di questa pandemia? E non parliamo solo delle conseguenze del coronavirus che spesso sono indifferenza  e egoismo ,  incapacità di indignazione  e perché no , stupidità umana che a volte  in questo frangente  contraddistingue  i comportamenti di semplici cittadini, ,uomini politici,uomini dell’economia e della finanza ,  uomini della cultura .
Domande che forse  anche altri uomini in occasione di avvenimenti simili si sono fatte  Per cui non ci resta che  rileggere un breve brano del Manzoni che sembra essere stato scritto per la cronaca di qualche quotidiano di oggi  e che è la fotografia  via delle difficoltà di oggi e della confusione delle domande che ci siamo poste ma che  dobbiamo cominciare a mettere in fila per dare un senso a tutto quello che stiamo vivendo .

Alessandro Manzoni   scrive proprio all’inizio del cap. 31 dei Promessi sposi  ( La Nuova Italia Editrice  1981) “… Delle molte relazioni  contemporanee, non ce n’è alcuna che basti da sé a darne un’idea ( della pandemia di peste che invase  il milanese e tutta l’Italia ) un po’ distinta e ordinata; come non ce n’è alcuna  che non possa  aiutarla a formarla.  In ognuna di queste relazioni  senza eccettuarne quella del Ripamonti ,la quale le supera tutte  per la quantità  e per la scelta  de’fatti  e ancor più per il modo di’osservarli, in ognuna sono omessi  fatti    essenziali  che non registrati  in altri, in ognuna ci sono errori materiali, che si possono riconoscere e rettificare  con l’aiuto di qualche altra ,o di que’ pochi atti  della pubblica autorità, editi e inediti, che rimangono spesso in cura si vengono a trovare le cagioni  di cui nell’altra s’eran visti ,come in aria gli effetti.  In tutte poi regna una strana confusione di tempi e di cose; è un continuo andare  e venire come alla ventura , senza disegno generale,  senza disegno ne’ particolari …”

Eremo Rocca S. Stefano mercoledì  29 aprile 2020

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