Il
Comitato Popolare di Difesa dei Beni Pubblici e Comuni “Stefano Rodotà”annuncia che intende istituire un gruppo di
lavoro di giuristi, antropologi ed esperti di sanità, volto a studiare la
proposizione di un Referendum per l’abrogazione della normativa che con la
riforma del 1992 (L. 23/10/1992 n 421) ha reso la nostra sanità pubblica
esposta al virus neoliberale, producendone l’indebolimento
strutturale
a favore dei privati, causa principale del disastro sociale in corso.
Nel
1992 il governo presieduto dall’onorevole Giuliano Amato, con la legge 421
comunemente conosciuta come “Legge delega”, attuò imponenti cambiamenti in vari
campi della Pubblica Amministrazione. Il primo ad essere interessato fu il
settore della Sanità che aveva peraltro già conosciuto, nel breve arco di un
decennio, numerose leggine di parziale modifica della legge 833.
Con
la Legge 421, secondo le intenzioni del legislatore, la Sanità doveva essere
riorganizzata in modo da rispondere al fine fondamentale della tutela della
salute attraverso un approccio di carattere esclusivamente imprenditoriale
confidando che ciò avrebbe ottenuto anche un miglioramento del conto economico,
perennemente in disavanzo.
Finalmente
applicate le regole di “mercato e della libera concorrenza” dissero alcuni,
finalmente realizzati concretamente i principi di “efficienza del servizio e
del contenimento della spesa” dissero altri: su questi due equivoci iniziali,
che accontentarono apparentemente un po’ tutti, la legge fu approvata in Parlamento.
Conseguentemente
il Governo approvò ed emanò il decreto 30 dicembre 1992, n. 502 “Riordino della
disciplina in materia di sanità, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre
1992, n. 421”.
I
principali capisaldi furono: la riduzione del numero delle Ulss facendo di
norma coincidere il territorio di competenza con quello provinciale e lo
scorporo degli ospedali dalle stesse, la definizione delle Ulss e Ospedali come
Aziende infraregionali dotate di personalità giuridica con a capo il Direttore
Generale come organo monocratico, l’introduzione di norme volte al superamento
del regime delle convenzioni e d’acquisizione delle prestazioni al fine di
assicurare ai cittadini migliore assistenza e libertà di scelta, nuove modalità
di rapporto tra il Servizio Sanitario Nazionale e Università, privatizzazione
del rapporto di lavoro, riorganizzazione dei Presidi Multizonali di Prevenzione
e loro trasformazione in Dipartimenti di Prevenzione.
Tutta
questa produzione legislativa, sia per inusuale velocità con la quale era stata
concretata, sia per le diversità di vedute sul merito, sia per un mezzo
imbroglio capitato in Conferenza Stato Regioni, non aveva avuto alcun parere da
parte delle Regioni alle quali l’articolo 117 della Costituzione della
Repubblica assegna enormi e chiare competenze nella tutela della salute.
Dopo
un approfondito lavoro ed un appassionato dibattito, le Regioni presentarono
velocemente ricorso alla Corte Costituzionale contro molti articoli del decreto
502/92. La legge 421, infatti, dava la possibilità di modificare il decreto
entro un anno dalla sua emanazione.
I
motivi di una scelta così impegnativa (era stata la prima volta che le Regioni
presentavano ricorso alla Corte Costituzionale in materia di sanità) furono di
principio e di merito e s’incrociavano parzialmente con le obiezioni e le
opposizioni che sia pure minoritarie si venivano manifestando sul complesso
legislativo.
Di
principio perché era convinzione delle Regioni che il Governo e di converso il
Parlamento avevano abbondantemente superato i limiti del potere legislativo
loro assegnato dalla Costituzione invadendo i campi di competenza delle Regioni
che sono titolari della “programmazione e dell’organizzazione sanitaria nel
loro territorio”.
Di
merito perché lo Stato pur imponendo arbitrariamente alle Regioni le proprie
decisioni legislative intendeva venire meno all’obbligo di finanziare il Fondo
Sanitario Nazionale in modo congruo rispetto ai compiti di tutela della salute
che assegnava alle Regioni stesse.
Il
nocciolo della questione comunque rimane essenzialmente politico. La legge 421
e conseguentemente il decreto 502/92 erano il risultato di una battaglia
protrattasi per anni contro la legge 833, ambiguamente attaccata dai detrattori
non tanto sull’impianto generale ma su un aspetto costituito dalla presenza di
organismi politici all’interno della Sanità, sul quale particolarmente
sensibile era allora e lo sarà in misura maggiore successivamente forse
l’opinione pubblica riesaminando la condizione della sanità al momento della pandemia di corona virus dei primi mesi del 2020.
Il
Comitato Popolare di Difesa dei Beni Pubblici e Comuni “Stefano Rodotà” Via
Giuseppe Avezzana, 51 - 00195 ROMA / C.F. 97996090581
www.generazionifuture.org-- comitatorodota@gmail.com



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