giovedì 9 aprile 2020

STORIE E VOCI DAL SILENZIO Walter Benjamin e la fruizione dell’arte a distanza




 In questo momento in cui  si moltiplicano le occasione di fruizione delle varie forme d’arte attraverso la riproduzione  con  strumenti tecnici  a causa delle restrizioni alla libera circolazione dovute alla pandemia di corona virus probabilmente torna utile riflettere sulle opera di Walter Benjamin e in particolare su L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.  E sulla tesi di fondo che quest’opera ci propone  .

L’arte ha il compito di generare esigenze che non è ancora in grado di soddisfare” Dove non è difficile vedere come questo significhi creare una distanza, uno scarto tra ciò che c’è (ed è vicino) e ciò che non c’è (ed è lontano), tra l’adesso e il dopo, tra ciò che il fruitore ha e ciò di cui ha bisogno. La creazione di questo scarto, secondo Benjamin, è il compito dell’arte. La creazione, cioè, di una insoddisfazione, presupposto necessario per l’ «apparizione unica di una lontananza».
Dunque un modo  nuovo di vedere l’ordine esistente su cui forse mai avremmo riflettuto  se non ci fossimo trovato in questa situazione .
 Ha scritto  Walter Benjamin : “La cattedrale abbandona la sua ubicazione per essere accolta nello studio di un amatore d'arte; il coro che è stato eseguito in un auditorio oppure all'aria aperta può venir ascoltato in una camera. Ciò che vien meno è quanto può essere riassunto con la nozione di 'aura' e si può dire: ciò che vien meno nell'epoca della riproducibilità tecnica è l'aura dell'opera d'arte
La riproducibilità tecnica segna il trionfo della copia e del " sempre uguale ", per uomini rimasti privi di saggezza; ma in ciò, secondo Benjamin, si annida un potenziale rivoluzionario, perché apre alle masse, soprattutto nelle forme del cinema e della fotografia, l'accesso all'arte e alle sue capacità di contestazione dell'ordine esistente. In sostanza della storia che stiamo vivendo . E cos’è la storia per Benjamin?

Scrive Diego Fusaro  :”Benjamin contesta le concezioni ottimistiche del progresso, condivise anche dal marxismo dei socialdemocratici tedeschi, secondo cui la storia è un cammino lineare di sviluppo crescente. Esse, infatti, si pongono dal punto di vista dei vincitori nella storia, anziché rimettere in questione le vittorie di volta in volta toccate alle classi dominanti. Si tratta, invece, di " spazzolare la storia contropelo ", strappandola al conformismo delle classi dominanti, ovvero accostandosi al passato come profezia di un futuro e arrestando la continuità storica con un salto e una rottura. Nella storia, infatti, non c'è  un "fine" garantito: e infatti anche sugli sviluppi della società sovietica Benjamin è pessimista. Solo recuperando e prendendo al proprio servizio la teologia e il messianesimo sarà possibile liberarsi dalla fede cieca in un progresso meccanico. La differenza più sostanziale tra Benjamin e Adorno è l'atteggiamento nei confronti del pensiero dialettico : profondo conoscitore ed estimatore della cultura tedesca, Benjamin 'ignora' Hegel. Il suo silenzio esprime un rifiuto che, lungi dal condannare i soli aspetti conciliativi/totalizzanti dell'hegelismo criticati anche da Adorno, investe la stessa concezione hegeliana dell'immanenza della ragione nel reale e, soprattutto, della storicità dialettico-progressiva di quest'ultimo. La critica benjaminiana dello storicismo (e, più in generale, della concezione moderna della temporalità e del suo senso) è radicale: la sua condanna Benjamin la esprime in "Tesi di filosofia della storia" (1940)” (1)

"C'è un quadro di Klee che s'intitola 'Angelus Novus'. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. " (Tesi di filosofia della storia)

 Lo scritto per cui, però, viene più spesso ricordato,e che qui ci interessa di più perché siamo partiti proprio  dal discorso della fruzione delle opere d’arte attraverso la riproduzione fatta dai  mezzi tecnici  adatti a questo scopo che sono diventati estremamente sofisticati ,  è il suo più famoso L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Nella prima versione dattiloscritta di questo testo, rimaneggiata in seguito dallo stesso Benjamin sotto i consigli piuttosto insistenti di Adorno, compare con una certa insistenza il concetto di aura. Un concetto che Benjamin lega qui inscindibilmente a quello di lontananza, intesa come distanza spaziale e temporale. 
Si domanda Benjamin a questo proposito : “ Che cos’è, propriamente, l’aura? Un singolare intreccio di spazio e tempo: l’apparizione unica di una lontananza, per quanto questa possa essere vicina.”

Scrive  Bianca Bellucci  L’aura è, cioè, quel quid che le cose possiedono quando le cogliamo distanti da noi nello spazio e in un preciso -e perciò unico- momento nel tempo. La lontananza spaziale e la puntualità temporale, che crea a sua volta le premesse di una lontananza, è ciò che conferisce ad un oggetto, un paesaggio, una persona o un’opera la sua aura. L’annullamento di questa lontananza, attraverso mezzi di riproduzione tecnica come la fotografia o il cinema, è invece ciò che ne determina la caduta. Dice ancora Benjamin che è proprio questo distacco tra il soggetto percipiente e l’oggetto percepito ad attribuire a quest’ultimo la sua autenticità. Le montagne che vedo davanti a me, seduto all’ombra di un albero, sono autentiche sia perché, per quanto io possa avvicinarmi a loro, esse saranno sempre lontane da me, sia perché la mia contemplazione avviene in questo preciso momento: l’hic et nunc è ciò che rende le montagne autentiche. 
Una foto delle stesse montagne non avrà la loro stessa autenticità, e non l’avrà perché la mia riproduzione tecnica tramite macchina fotografica ha tolto loro l’aura. Questo perché, nel tentativo di annullare la mia lontananza da esse e di poterle vedere da casa, ogni mattina, per sempre, ho portato in qualche modo le montagne nella mia mano, ma le ho private di quella unicità che le contraddistingueva. Nel momento in cui ho potuto toccarle, cioè, le montagne sono diventate meno reali. Anche questo sembra un controsenso, perché è diametralmente opposto rispetto a ciò che comunemente si intende: nel senso comune, è (più) reale ciò che posso “toccare con mano”. Benjamin nota però come, per quanto riguarda la percezione, avvenga esattamente il contrario: ciò che ho provato durante la mia contemplazione puntuale e distante delle montagne è qualcosa di completamente diverso da ciò che posso provare ora, osservandone una fotografia. Non è né meglio né peggio, è solo diverso. Lo stesso vale per qualunque riproduzione di opere d’arte più propriamente dette. La tesi è che lo iato fisico esistente tra un’opera e il suo fruitore sia estremamente produttivo. La lontananza non è, come siamo soliti pensare, un ostacolo alla contemplazione o alla conoscenza, ma è anzi il terreno in cui esse innestano le radici delle loro condizioni di possibilità.” (2)

Giuseppe Di Giacomo  afferma che :    Benjamin insiste sul fatto che l’opera d’arte, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, rivoluziona la forma stessa della percezione: il problema, infatti, non sta tanto nella riproducibilità come tale delle opere d’arte, ma piuttosto nel mutato rapporto tra immagine e percezione, e questo perché, con la sostituzione del principio di riproducibilità alla tradizionale dialettica tra originale e copia, a essere sconvolto non è soltanto il terreno dell’arte. Così, quella che Benjamin propone non è tanto una nuova filosofia dell’arte, quanto una diagnosi sulla trasformazione subita da ciò che siamo soliti chiamare “arte”, nell’epoca in cui appunto si afferma il principio della riproducibilità tecnica

In questa prospettiva, divenendo altro rispetto alla tradizionale concezione dell’arte di tipo idealistico, l’opera perde quell’unicità e irripetibilità che Benjamin identifica proprio con l’aura. Nel momento infatti in cui l’immagine diviene, nel suo stesso nascere, riproducibile, a essere destinato a mutare è il rapporto tra immagine e scrittura, in quanto rapporto tra l’irripetibile originalità dell’immagine e la ripetibilità che invece caratterizza il segno2: il risultato è che ci ritroviamo immersi in un nuovo mondo percettivo. In questo modo, Benjamin ha colto il carattere nascosto dell’arte attuale, proprio muovendo dagli sconvolgimenti delle modalità percettive indotti dai dispositivi di riproducibilità tecnica.” (3)

   (1)    http://www.filosofico.net/benjamin.htm
         (2)    https://www.rivistagradozero.com/2016/10/18/laura-non-ce-pero-ci-serve/                                  
          (3) Giuseppe Giacomo  La questione dell’aura tra Benjamin e Adorno  in                https://journals.openedition.org/estetica/1626

Eremo Rocca S. Stefano giovedì  9 aprile 2020

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