In questo momento in cui si
moltiplicano le occasione di fruizione delle varie forme d’arte attraverso la
riproduzione con strumenti tecnici a causa delle restrizioni alla libera
circolazione dovute alla pandemia di corona virus probabilmente torna utile
riflettere sulle opera di Walter Benjamin e in particolare su L’opera
d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. E sulla tesi di fondo che quest’opera ci
propone .
”L’arte ha il
compito di generare esigenze che non è ancora in grado di soddisfare” Dove non
è difficile vedere come questo significhi creare una distanza, uno scarto tra
ciò che c’è (ed è vicino) e ciò che non c’è (ed è lontano), tra l’adesso e il
dopo, tra ciò che il fruitore ha e ciò di cui ha bisogno. La creazione di
questo scarto, secondo Benjamin, è il compito dell’arte. La creazione, cioè, di
una insoddisfazione, presupposto necessario per l’ «apparizione unica
di una lontananza».
Dunque
un modo nuovo di vedere l’ordine
esistente su cui forse mai avremmo riflettuto
se non ci fossimo trovato in questa situazione .
Ha scritto Walter Benjamin : “La cattedrale abbandona
la sua ubicazione per essere accolta nello studio di un amatore d'arte; il coro
che è stato eseguito in un auditorio oppure all'aria aperta può venir ascoltato
in una camera. Ciò che vien meno è quanto può essere riassunto con la nozione
di 'aura' e si può dire: ciò che vien meno nell'epoca della riproducibilità
tecnica è l'aura dell'opera d'arte”
La riproducibilità tecnica segna il trionfo della
copia e del " sempre uguale ", per uomini rimasti privi di
saggezza; ma in ciò, secondo Benjamin, si annida un potenziale rivoluzionario,
perché apre alle masse, soprattutto nelle forme del cinema e della fotografia,
l'accesso all'arte e alle sue capacità di contestazione dell'ordine esistente.
In sostanza della storia che stiamo vivendo . E cos’è la storia per Benjamin?
Scrive Diego Fusaro
:”Benjamin contesta le concezioni ottimistiche del progresso, condivise
anche dal marxismo dei socialdemocratici tedeschi, secondo cui la storia è un
cammino lineare di sviluppo crescente. Esse, infatti, si pongono dal punto di
vista dei vincitori nella storia, anziché rimettere in questione le vittorie di
volta in volta toccate alle classi dominanti. Si tratta, invece, di " spazzolare
la storia contropelo ", strappandola al conformismo delle classi
dominanti, ovvero accostandosi al passato come profezia di un futuro e
arrestando la continuità storica con un salto e una rottura. Nella storia,
infatti, non c'è un "fine"
garantito: e infatti anche sugli sviluppi della società sovietica Benjamin è
pessimista. Solo recuperando e prendendo al proprio servizio la teologia e il
messianesimo sarà possibile liberarsi dalla fede cieca in un progresso
meccanico. La differenza più sostanziale tra Benjamin e Adorno è
l'atteggiamento nei confronti del pensiero dialettico : profondo conoscitore ed
estimatore della cultura tedesca, Benjamin 'ignora' Hegel. Il suo silenzio
esprime un rifiuto che, lungi dal condannare i soli aspetti
conciliativi/totalizzanti dell'hegelismo criticati anche da Adorno, investe la
stessa concezione hegeliana dell'immanenza della ragione nel reale e,
soprattutto, della storicità dialettico-progressiva di quest'ultimo. La critica
benjaminiana dello storicismo (e, più in generale, della concezione moderna
della temporalità e del suo senso) è radicale: la sua condanna Benjamin la
esprime in "Tesi di filosofia della storia" (1940)” (1)
"C'è un quadro di Klee che s'intitola
'Angelus Novus'. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da
qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, al bocca aperta, le
ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso
rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola
catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi
piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto.
Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è
così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge
irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle
rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa
tempesta. " (Tesi di filosofia della storia)
Lo scritto per cui, però, viene più spesso ricordato,e
che qui ci interessa di più perché siamo partiti proprio dal discorso della fruzione delle opere
d’arte attraverso la riproduzione fatta dai
mezzi tecnici adatti a questo
scopo che sono diventati estremamente sofisticati , è il suo più famoso L’opera d’arte
nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Nella prima versione
dattiloscritta di questo testo, rimaneggiata in seguito dallo stesso Benjamin
sotto i consigli piuttosto insistenti di Adorno, compare con una certa
insistenza il concetto di aura. Un concetto che Benjamin lega qui
inscindibilmente a quello di lontananza, intesa come distanza spaziale
e temporale.
Si domanda Benjamin a questo proposito : “ Che
cos’è, propriamente, l’aura? Un singolare intreccio di spazio e tempo: l’apparizione
unica di una lontananza, per quanto questa possa essere vicina.”
Scrive
Bianca Bellucci L’aura è, cioè,
quel quid che le cose possiedono quando le cogliamo distanti da noi
nello spazio e in un preciso -e perciò unico- momento nel tempo. La lontananza
spaziale e la puntualità temporale, che crea a sua volta le premesse di una
lontananza, è ciò che conferisce ad un oggetto, un paesaggio, una persona o
un’opera la sua aura. L’annullamento di questa lontananza, attraverso mezzi di
riproduzione tecnica come la fotografia o il cinema, è invece ciò che ne
determina la caduta. Dice ancora Benjamin che è proprio questo distacco tra il
soggetto percipiente e l’oggetto percepito ad attribuire a quest’ultimo la sua autenticità.
Le montagne che vedo davanti a me, seduto all’ombra di un albero, sono
autentiche sia perché, per quanto io possa avvicinarmi a loro, esse saranno
sempre lontane da me, sia perché la mia contemplazione avviene in questo
preciso momento: l’hic et nunc è ciò che rende le montagne autentiche.
Una foto delle stesse montagne non avrà la loro stessa autenticità, e non
l’avrà perché la mia riproduzione tecnica tramite macchina fotografica ha tolto
loro l’aura. Questo perché, nel tentativo di annullare la mia lontananza da
esse e di poterle vedere da casa, ogni mattina, per sempre, ho portato in
qualche modo le montagne nella mia mano, ma le ho private di quella unicità che
le contraddistingueva. Nel momento in cui ho potuto toccarle, cioè, le montagne
sono diventate meno reali. Anche questo sembra un controsenso, perché è
diametralmente opposto rispetto a ciò che comunemente si intende: nel senso
comune, è (più) reale ciò che posso “toccare con mano”. Benjamin nota però
come, per quanto riguarda la percezione, avvenga esattamente il contrario: ciò
che ho provato durante la mia contemplazione puntuale e distante delle montagne
è qualcosa di completamente diverso da ciò che posso provare ora, osservandone
una fotografia. Non è né meglio né peggio, è solo diverso. Lo stesso vale per
qualunque riproduzione di opere d’arte più propriamente dette. La tesi è che lo
iato fisico esistente tra un’opera e il suo fruitore sia estremamente
produttivo. La lontananza non è, come siamo soliti pensare, un ostacolo alla
contemplazione o alla conoscenza, ma è anzi il terreno in cui esse innestano le
radici delle loro condizioni di possibilità.” (2)
Giuseppe
Di Giacomo afferma che : “ Benjamin insiste sul fatto che l’opera
d’arte, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, rivoluziona la forma
stessa della percezione: il problema, infatti, non sta tanto nella
riproducibilità come tale delle opere d’arte, ma piuttosto nel mutato rapporto
tra immagine e percezione, e questo perché, con la sostituzione del principio
di riproducibilità alla tradizionale dialettica tra originale e copia, a essere
sconvolto non è soltanto il terreno dell’arte. Così, quella che Benjamin
propone non è tanto una nuova filosofia dell’arte, quanto una diagnosi sulla
trasformazione subita da ciò che siamo soliti chiamare “arte”, nell’epoca in
cui appunto si afferma il principio della riproducibilità tecnica
In questa
prospettiva, divenendo altro rispetto alla tradizionale concezione dell’arte di
tipo idealistico, l’opera perde quell’unicità e irripetibilità che Benjamin
identifica proprio con l’aura. Nel momento infatti in cui l’immagine diviene,
nel suo stesso nascere, riproducibile, a essere destinato a mutare è il
rapporto tra immagine e scrittura, in quanto rapporto tra l’irripetibile
originalità dell’immagine e la ripetibilità che invece caratterizza il segno2: il risultato è
che ci ritroviamo immersi in un nuovo mondo percettivo. In questo modo,
Benjamin ha colto il carattere nascosto dell’arte attuale, proprio muovendo
dagli sconvolgimenti delle modalità percettive indotti dai dispositivi di
riproducibilità tecnica.” (3)
(3) Giuseppe Giacomo La questione dell’aura tra
Benjamin e Adorno in https://journals.openedition.org/estetica/1626


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