Nella sua opera Memorabili Senofonte fa dire a
Socrate: «Un servo può valere due miniere, un altro meno della metà di una
miniera, un altro cinque miniere, e un altro ancora non meno di
dieci»
La condizione degli schiavi
in Grecia era equiparata a quella degli oggetti, ovvero era parte del patrimonio e niente altro. Nessuna identità politica, nessuna capacità giuridica. Lo schiavo talvolta era chiamato “andrópodon”, un termine che deriva
da “tetrápodon” da tradursi come ,
“quadrupede, bestiame”. Altre volte, i greci si riferivano ai loro servi con il
termine doûlos, parola che designava invece
lo “schiavo” nel senso di questo
termine . Senofonte nel libro Economico, il suo trattato sul
governo della casa: «Gli schiavi cercano di scappare spesso se sono incatenati,
mentre se sono sciolti lavorano di buon grado e non fuggono».Aristotele
definisce appunto lo schiavo come uno strumento per conseguire
obiettivi in termini economici per cui
: “ Fra gli strumenti, ve ne sono di animati e inanimati … così, dunque,
anche l’oggetto di proprietà è uno strumento utile alla vita e la proprietà è
un insieme di strumenti: lo schiavo allora è, per così dire, un oggetto di
proprietà animato.…” (Arist., Pol., I, II, 4,1253b)
C’è divisione tra gli
studiosi sull’ipotesi che l’antica
Gracia sia stata una società schiavista
e la questione rimane controversa perché
il numero degli schiavi non superò mai quello dei cittadini, a
differenza di quanto avvenne in alcuni stati del sud degli Stati Uniti
all’inizio del XIX secolo. Nell’Atene classica, che aveva una popolazione di circa 430mila abitanti, sembra ci siano stati probabilmente
tra i 60mila e i 150mila schiavi.
Forse per questo la democrazia ateniese era un
regime non molto stimato dagli stessi Greci antichi, di fatti sia Platone che
Aristotele (e ci potremmo aggiungere anche Tucidide, Senofonte e Polibio, ) la
disprezzavano e il termine democrazia ha in greco un senso “peggiorativo”, in
quanto indica il “kratos”, cioè il potere esercitato con violenza ed arbitrio
dal popolo. Erano esclusi dal voto donne
e schiavi
L'idea che il demos, cioè
il corpo elettorale, debba comprendere “tutti” è una idea essenzialmente
contemporanea. il numero degli schiavi non superò mai quello dei cittadini, a
differenza di quanto avvenne in alcuni stati del sud degli Stati Uniti
all’inizio del XIX secolo
Le democrazie moderne e
contemporanee quindi non hanno avuto
origine dalla democrazia di V secolo
ateniese ma probabilmente hanno origine
da un sistema “misto”, come lo definì
Polibio, che vigeva nella Roma repubblicana, grande e spesso unica vera fonte
di ispirazione per le Repubbliche rivoluzionarie americane e francesi, che sono
a loro volta le antesignane di tutte le democrazie moderne.
Erano e sono sistemi basati sulla
rappresentanza, ovvero sul voto di delegati eletti dal popolo per prendere
decisioni.
I greci antichi usavano la parola “isonomia”, cioè uguaglianza davanti alle leggi, e democrazia veniva considerata uno scadimento di questa. Da Erodoto in poi, il termine “isonomia”, già usato da Solone, ha per i Greci classici una accezione che viene legata a regimi in cui il potere viene detenuto da gruppi di oligarchi più o meno allargati, che prendono le decisioni per tutti. Il valore positivo dato alla “isonomia” dipende dal fatto che quasi sempre i filosofi e gli intellettuali che la lodavano facevano parte della classe dirigente, e pertanto erano all'interno della cerchia che era autorizzata a prendere decisioni.
I greci antichi usavano la parola “isonomia”, cioè uguaglianza davanti alle leggi, e democrazia veniva considerata uno scadimento di questa. Da Erodoto in poi, il termine “isonomia”, già usato da Solone, ha per i Greci classici una accezione che viene legata a regimi in cui il potere viene detenuto da gruppi di oligarchi più o meno allargati, che prendono le decisioni per tutti. Il valore positivo dato alla “isonomia” dipende dal fatto che quasi sempre i filosofi e gli intellettuali che la lodavano facevano parte della classe dirigente, e pertanto erano all'interno della cerchia che era autorizzata a prendere decisioni.
Nel V secolo ci fu una
rivoluzione in Atene per rompere il potere di alcuni gruppi e portare le
decisioni al voto assembleare . Una assemblea composta dai rappresentanti di
tutte le classi
Ricordare, anche se
brevemente, quanto avvenuto in Grecia alcuni millenni fa, ci aiuta a capire il fenomeno degli invisibili nel mondo
attuale.
Degli invisibili voglio
qui parlare con riferimento a due realtà ,una italiana e una straniera perché
in definitiva,anche se le condizioni sono diverse il fenomeno è lo stesso e merita la medesima
attenzione .
In Italia a causa dell’epidemia di coronavirus che ha
aggredito anche il nostro paese con le
restrizioni agli spostamenti si verifica in questi mesi una carenza di braccianti stagionali europei per la cura e la raccolta di prodotti sia sui campi che
nelle serre .
La situazione risulta ogni giorno di più preoccupante per il
danno che tale situazione sta causando
al settore agro alimentare .
Con sempre maggiore
frequenza si parla in questi giorni di emersione degli invisibili con la
regolarizzazione di posizioni clandestine che fino ad oggi hanno popolato ilo mondo della raccolta dei prodotti dei campi: così tra i ministeri di
Agricoltura, Lavoro, Interni, Economia e Giustizia circola, per ora in via
riservata, una bozza di legge in 18 articoli nella quale si parla
esplicitamente della loro «regolarizzazione» tramite una «dichiarazione di
emersione dei rapporti di lavoro».
All’articolo 1 si spiega
che «al fine di sopperire alla carenza di lavoratori nei settori di
agricoltura, allevamento, pesca e acquacoltura», chi voglia mettere sotto contratto
di lavoro subordinato «cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale in
condizioni di irregolarità» può presentare istanza allo sportello unico per
l’immigrazione. Il contratto «non superiore a un anno» genera, dopo una serie
di verifiche burocratiche, un permesso di soggiorno, che può essere rinnovato
tramite nuovi rapporti di lavoro.
Una
decisione se mai riuscirà ad ottenere
una corsia preferenziale per l’approvazione che
potrebbe sanare una situazione
che secondo il fondatore della Comunità di Sant’Egidio,
Andrea Riccardi vede «In Italia 600mila
immigrati irregolari che vivono ai margini e possono alimentare focolai di
infezione. Occorre regolarizzarli prevedendo permessi di soggiorno temporanei:
dobbiamo farlo per garantire la salute di tutti e la tenuta sociale del Paese».
Fino ad oggi le maggiori difficoltà che si incontrano nello studio dell’immigrazione irregolare in Italia
sono dipese dall’eterogeneità delle fonti che non
permette un monitoraggio costante del fenomeno in oggetto .La legge che
disciplina in Italia l’ingresso , il soggiorno e l’allontanamento di cittadini
stranieri è il Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina
dell’immigrazione e
norme sulla condizione dello straniero (per brevità Testo Unico sull’immigrazione)
adottato con Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, che è stato
recentemente modificato dalla legge n. 189 del 2002, a sua volta completata dal
Regolamento di attuazione approvato con Decreto del Presidente della Repubblica
del 18 ottobre 2004, n. 334.
In sostanza lo straniero che intenda fare ingresso nel territorio
nazionale, o nello Spazio Schengen, deve disporre di mezzi finanziari che
possano garantire il proprio sostentamento durante il soggiorno previsto. La
disponibilità di tali mezzi è considerato dunque uno dei presupposti
indispensabili per l’ingresso nello Spazio Schengen.
Scrive però Vittorio Emiliani : “ conti alla mano regolarizzare
gli immigrati salva l’economia”.
Che in altre parole significa che i
lavoratori regolarizzati forniscono un
apporto al sistema pensionistico in
generale . Nel settore dell’agro alimentare in particolare significa
contribuire a quello che sarà il dopo di
questa crisi n nel momento in cui si
dovrà garantire per essere competitivi la qualità, dei prodotti di marchio e il
dop.
Di fronte ad una situazione così
complessa come quella che si avverte nel nostro paese con tutte le
implicazioni che probabilmente meritano
oggi, alla luce degli avvenimenti di questi mesi ,una riconsiderazione sta un’altra
situazione che è la condizione dei lavoratori immigrati a Dubai la
metropoli degli Emirati Arabi Uniti.
Una città che si definisce la “
città più felice del mondo. Ebbene l’economista
Emanuele Felice nel suo libro
Dubai, l’ultima utopia, Il Mulino, la racconta illustrando
i prodigi architettonici, il potere finanziario e la lotta vinta contro il deserto, in una
condizione ambientale dove la
temperatura può superare i cinquanta gradi e il vento correre a centocinquanta
chilometri all’ora.
Ebbene in quella città che ha bisogno di grande energia e di converso con
potere di forte inquinamento, in quella metropoli non solo c’è una scissione tra natura e habitat umano ma… Su 3,2 milioni di abitanti i cittadini non superano le 300 mila unità.
Tutti gli altri , escluso magari 100 mila benestanti che sono attratti in quella metropoli da
privilegi come quelli di non pagare le
tasse o riciclare denaro ,dal lusso, ebbene tutti gli altri sono lavoratori immigrati dai paesi poveri . Ben
2,8 milioni di persone. Che lavorano con
paghe di 3-400 euro al mese ,con orari di lavoro fino a 60 ore settimanali ,con
possibilità di essere licenziati ed espulsi
a piacimento. Tanto che appunto Emanuele
si domanda se non sia questo il modello di capitalismo futuro . O
quello ancora di una Grecia del quinto
secolo ?

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