mercoledì 15 aprile 2020

VERSI D’ALTRI E ALTRI VERSI : Umberto Saba




Scrive  Giacomo De Benedetti: “ In Saba è rimasto, inalterabile, un fondo di fanciullo e di popolano. La delicatezza e l’incanto di certi suoi impasti  par che dipendano proprio da questo: che l’uomo, con la  sua  serietà  morale,  ha dato un significato spirituale e intelligente  ai vezzi del fanciullo ,pur rispettandone la vivace fragranza primitiva ; e che l’intellettuale , con la sua cultura, ha scoperta  una grazia  fine alle preferenze del popolano”. 

E continua :” La qualità e la larghezza della materia su cui Saba  lavora, son presto indicate e oltremodo  significanti : si tratta di tutta intera la sua passione individuale ; accettata come cosa di natura, con i suoi limiti che si patiscono , meglio che non si definiscano : e quasi senza preoccupazioni  di redimerla dall’immediata biografia in cui nasce.”


Umberto Saba nasce a Trieste nel 1883 e muore  a Gorizia nel 1957. Il vero cognome del poeta era Poli in quanto la madre un’ebrea povera del ghetto aveva sposato  Poli e ne era stata abbandonata prima che Saba nascesse.
Della sua infanzia lo stesso Saba ricorda : “  Bruciai in un falò di gioia  i testi classici, divenuti per me , per mancanza d’amore , troppo difficili, impossibili addirittura ; frequentai per poco tempo l’Accademia di Commercio e Nautica e presi quindi un impiego per diventar poi  _ come speravo allora – un bravo, un onesto, uno stimato commerciante”

E così fu .  Dopo un’esperienza come mozzo su un Mercantile Saba  esordì con la sua prima opera  appunto con il nome di Saba, divenuto poi famoso, con Il mio primo libro di versi ( 1903) Arruolatosi volontario  fu sotto le armi negli anni 1907-8 . Il primo riconoscimento al suo lavoro di poeta venne con i versi di  Con i miei occhi pubblicato  nella edizioni de “La Voce” nel 1912. Dopo la prima guerra mondiale diventò  direttore e proprietario di una libreria antiquaria  all’insegna della quale nel 1921 pubblicò Il Canzoniere che contiene le migliori liriche giovanili.  Pima della seconda guerra mondiale per le leggi razziali  andò a vivere a Parigi. Presto rientrò in Italia , si stabilì a Roma, si trasferì a Firenze  e infine tornò a Trieste.

Autodidatta e appartato  si tenne in disparte durante il periodo fascista  e solo dopo la seconda guerra mondiale emerse con la sua voce di poeta  non più triestino ma italiano .
Ciò che fa la bellezza  della poesia di Saba  ‘ la misura di una semplicità e lo stupore che egli infonde nel verso . Mentre perdurava la moda della poesia dannunziana e la sua retorica  l’accorata voce di un poeta esperto  di tutti i beni e di tutti i mali della vita  ci riconduce ad una umanità che ha piedi per terra , e senza voli ci accosta alla quotidianità e ai suoi sentimenti  come normalità della vita . Pur rendendo i suoi temi più complessi ed elaborati Saba non ha mai smentito questa fondamentale vocazione che è vocazione all’umanità .
Per Saba la vita umana va intesa come una navigazione  come la propone in questi versi:

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava  intento a prede ,
coperti d’alghe , scivolosi al sole ,
belli come smeraldi . Quando l’alta
marea  e la notte li annullava , vele
sottovento  sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia . Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge  ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore. 

Il moralismo e l’autobiografismo sono gli estremi confini della sua poesia e se poi  il senso del dolore universale cede il passo ad  una specie di tranquillo distacco  le cose sembrano allontanarsi dal suo sguardo fino a fargli dire :
“ Ero sicuro – materialmente sicuro -  ( confessa nella prefazione a  gli Uccelli, l’ultimo libro stampato nel 1951) che non avrei scritto più versi . Ma il male che  mi impedisce ugualmente di vivere  e di morire,  mi concedette in quell’estate un breve periodo di tregua. La mia gratitudine si espresse in alcuni brevi apologhi.”
Apologhi che si esprimono  in :



IL FANCIULLO E L’AVERLA
D’innamorò un fanciullo di un’averla .
Vago del nuovo  - interessate udiva
di lei, dal cacciatore, meraviglie –
quante promesse fece per averla .

L’ebbe e all’istante l’obliò. La trista
nella sua gabbia alla finestra appesa,
piangeva sola e in silenzio, del cielo
lontano irraggiungibile  alla vista.

Si ricordò di lei solo quel giorno
che , per noia  o malvagio animo, volle
stringerla in pugno. La quasi rapace
gli fece male  e s’involò. Quel giorno,

per quel male l’amò senza ritorno.

Opere di Umberto  Saba 
Poesie, Firenze,1911; Coi miei occhi, ib.1912; Cose leggere e vaganti , Trieste  1920; Il Canzoniere, ib. 1921;Preludio e Canzonette, Torino 1922; Autobiografia, Prigioni  ib. 1924; Figure e Canti, Milano  1928,  Preludio e Fughe , Firenze ,1928;  Tre composizioni, Milano, 1933;  Ammonizione e altre poesie ,Trieste ,19933, Parole, Lanciano ,1934; Ult5ime cose, Lugano, 1943; Il Canzoniere, raccolta completa delle poesie  Torino 1945; Scorciatoie e raccontini, 1945; Mediterranee, Milano, 1946; Storia e Cronistoria del canzoniere . Ib. 1948; Uccelli, quasi un racconto  ib, 1951; .Nel 1959 è uscito postumo  Epigrafe Ultime prose  con una prefazione di Giacomo De Benedetti. Le prose sono raccolte  nel volume Prose con prefazione di Pinuccia Saba ,Milano 19964

Da IL CANZONIERE :
L’ARBOSCELLO
Oggi il tempo  è di pioggia .
Sembra il giorno  una sera,
sembra la primavera
un autunno, ed un gran vento devasta
l’arboscello che sta – e non pare – saldo;
par tra le piante un giovinetto alto
troppo  per la sua troppo verde età.
Tu lo guardi. Hai pietà
forse di tutti  quei candidi fiori
che la bora gli toglie ; e sono frutta,
sono dolci conserve
per l’inverno quei fiori  che tra l’erbe
cadono. E se ne duole la tua vasta
maternità.
TRIESTE
Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salito un’erta,
popolosa in principio,  in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia . Se piace ,
è come un ragazzaccio  aspro e vorace ,
per gli occhi azzurri e mani  troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta  ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui , sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana , un’aria tormentosa,
l’aria natìa.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio  a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

PAROLE
Parole
dove il cuore dell’uomo si specchiava
-nudo e sorpreso – alle origini, un angolo
cerco nel mondo , l’oasi propizia 
a detergere voi  con il mio pianto
dalla menzogna che vi acceca . Insieme
delle memorie spaventose  il cumulo
si scioglierebbe  come neve al sole.

INVERNO
E’ notte,inverno rovinoso. Un poco
sollevi le tendine, e guardi. Vibrano
i tuoi capelli selvaggi , la gioia
ti dilata improvviso l’occhio nero;
che quello che hai veduto – era un’immagine
della fine del mondo- ti conforta
l’intimo cuore, lo fa caldo e pago.

Eremo Rocca S. Stefano mercoledì 15 aprile 2020

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