venerdì 10 aprile 2020

SILLABARI : Non è una guerra





Omero forse è stato il primo a innescare questo gioco. Nel primo canto dell’Iliade il dio Apollo, per vendicare l’offesa subita dal sacerdote troiano Crise, decide di diffondere una pestilenza nell’accampamento degli achei. E come lo fa? Con arco e frecce: “Nove giorni volâr nel campo acheo le divine quadrella”, declama la traduzione di Vincenzo Monti, per nove giorni (il tempo d’incubazione?) volarono nel campo acheo le divine frecce. Apollo comincia a colpire il bestiame, per passare poi ai soldati: proprio come fanno i virus con cui abbiamo a che fare oggi, che passando dagli animali infettano l’uomo. In pochi versi Omero stabilisce una metafora della malattia che, più di duemila anni dopo, continua a essere innervata nel nostro modo di intendere il male. La malattia è un atto di guerra, una rappresaglia, una punizione; e chi cade è sconfitto.

La scrittrice statunitense Susan Sontag nel 1978 pubblicò Malattia come metafora, il cancro e la sua mitologia, in cui invita a uscire dalla retorica della malattia come metafora di una guerra, vale per il cancro, per la tubercolosi come per l’HIV (tema che affrontò dieci anni più tardi) e ora la stessa lettura si può dare per il COVID-19.
“La guerra è una delle poche attività che le persone non devono vedere come realistica”, scriveva la Sontag nel 1989, “cioè con un occhio alle spese e ai risultati pratici. In una guerra totale le spese sono totali, imprudenti. La guerra è definita come un’emergenza in cui nessun sacrificio è eccessivo”. In questo transfer, far passare la malattia come “guerra” facilita l’idea dell’epidemia come situazione del tutto atipica, eliminando la considerazione per gli aspetti strutturali della società. Il che, a pensarci, è molto più inquietante.
 Scrive  Daniele Cassandro, giornalista di Internazionale : “Trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. I malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto e vengono disumanizzate appena, per usare le parole di Sontag, “perdono il loro diritto di cittadinanza da sani per prendere il loro oneroso passaporto da malati”. Alla metafora della guerra Sontag sostituisce quella della cittadinanza”.:

In un articolo pubblicato nell’ultima settimana di febbraio 2020  , Daniele Cassandro segnala che “l’emergenza Covid-19 è quasi ovunque trattata con un linguaggio bellico: si parla di trincea negli ospedali, di fronte del virus, di economia di guerra”.L’articolo cita Susan Sontag  affermando che però “trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate” Lo psichiatra Luigi Cancrini ribadisce concetti analoghi in un’intervista a Repubblica:
“La guerra è il tempo dell’odio. In guerra per sopravvivere si è costretti a uccidere l’altro”, dice. “Invece questo di oggi è il tempo della vicinanza e della solidarietà”. il sociologo Fabrizio Battistelli, su  Micromega, dopo aver meticolosamente elencato una quantità di metafore belliche usate sia da politici sia da esperti, sottolinea che “è sbagliato mettere sullo stesso piano due fenomeni – l’epidemia e la guerra – la cui essenza è diversa. Ciò emerge nelle due distinte azioni del contrasto e della prevenzione. Mentre nel contrasto epidemia e guerra hanno vari punti di contatto (giustamente l’ideatore del ventilatore multiplo ha parlato di ‘medicina di guerra’) l’azione di prevenzione è diversa e per molti versi opposta”.
Matteo Pascoletti su Valigia Blu, scrive  “il gergo militaresco e l’insistente visione bellica non aiutano ad affrontare l’emergenza da un punto di vista psicologico e cognitivo, e se non ci aiutano come individui di certo non ci aiutano come società”.
Questa non è una guerra perché non c’è, in senso proprio, un “nemico”. Il virus non ci odia. Non sa neanche che esistiamo. In realtà, non sa niente né di noi, né di sé..


La vera guerra si sta combattendo in tutt’altro modo  Si combatte tra quelli che pensano e vorrebbero cambiare quelle cose  che all’arrivo della pandemia hanno determinato  uno shock  negativo amplificato perché le cose già non andavano bene , per esempio in economia con la presenza di disoccupazione, lavoro in nero, marginalità e povertà,impoverimento dei presidi sanitari sul territorio. E quelli che vorrebbero che finalmente qualcosa cambiasse. Una guerra che  trova slogan rassicuranti  in “ vedrete che tutto cambierà”, “siamo tutti sulla stessa barca “  “ce la faremo”
“tutto andrà per il meglio. Probabilmente non è  vero che siamo tutti sulla stessa barca, che ce la faremo . Ce la faremo si se riusciamo a predisporre le cose  per ideare e attuare soluzioni  adeguate.
Una guerra dunque . 

Ecco come la descrive  Marco Revelli  su Volere la luna  del    08/04/2020
"Non è vero che “niente sarà più come prima”, dopo il coronavirus. Sono tanti, troppi, quelli che già ora, in piena emergenza, lavorano febbrilmente perché tutto torni a essere “come prima”. Peggio di prima. Sono quelli che hanno preparato il disastro, e che sgomitano per continuare a governarlo sulle stesse “linee guida”, con gli stessi miti, a difesa degli stessi interessi. Sono i testardi che anche dopo l’evidente fallimento dei loro feticistici dogmi, generatori del caos in cui siamo precipitati, si danno da fare per confermarli quei dogmi, rafforzati dal potere coattivo dello “stato d’eccezione”. Li vediamo ogni giorno, tra noi, contro di noi, attivi e ben visibili pur nel confinamento domestico del resto della popolazione. A invocare, intimare, pretendere. Sono le migliaia di imprenditori che si affollano a chiedere la “riapertura” senza neppure aver mai veramente “chiuso”, imponendo ai propri dipendenti – come a post-moderni servi della gleba – di rischiare la pelle per loro. E prolungando così, nell’emergenza, il modello dispotico di relazioni industriali che avevano praticato nella precedente perversa normalità.

Sono i “Signori dell’Europa”, i governanti dell’Asse del Nord, quelli che in nome dell’austerità hanno imposto i tagli alla sanità che hanno sguarnito le difese essenziali in metà del continente – facce di pietra e braccini corti –, ancora ieri, oggi, nel pieno dell’”infuriar del morbo”, a predicare rigore nei conti e negare ostentatamente e ostinatamente l’ossigeno necessario per vivere a sistemi economici e finanziari già prima all’asfissia. Hanno guidato l’Europa contro i suoi popoli, la vogliono vedere piegata e in rovina pur di salvare i loro modelli matematici “made in Chicago”.
Sono i politici da strapazzo che hanno costruito il proprio consenso a suon di retoriche e boutades, e che continuano ancora oggi a vivere di battute al momento giusto e colpi di teatrino, indifferenti alle possibili ricadute “mortali” delle loro sparate su messe pasquali, riaperture immediate, o “immunità di gregge”, candidandosi a guidare il mondo di domani con lo stesso stile acefalo del loro ieri.”(1)


(1)   https://volerelaluna.it/controcanto/2020/04/08/niente-dovra-essere-piu-come-prima/

Eremo Rocca S. Stefano  venerdì 10 aprile 2020

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