“Socrate
cafè “è una rubrica di questo blog che vuole presentare le opinioni ,i gusti,
le idee, in sostanza la visione del mondo, di certi frequentatori del cafè.
Racconterà i loro monologhi e dialoghi
rubati nell’intento di condividerli proprio con il mondo che loro appunto contribuiscono a osservare e ricreare continuamente in una visione sempre diversa e per questo sempre nuova .
“Dieci anni dopo” è il titolo del
testo che il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer scrisse nella prigione
dove era rinchiuso in attesa di venire impiccato per la sua partecipazione
all’attentato a Hitler. Lo ebbero fortunosamente i suoi famigliari ed è compreso
in un libro che è un classico, Resistenza e resa (Edizioni Paoline 1989, a cura di un amico
prematuramente scomparso, Alberto Gallas), che documenta la traversata degli
anni bui di una grande anima, dalla nonviolenza alla sofferta erta decisione di
intervenire.Un decennio dopo la vittoria elettorale del nazismo, il testo di Bonhoeffer è una riflessione che ha perfino di più che in passato molto da insegnarci. Il punto centrale ne è la riflessione sulla “stupidità”. «Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza (…) ma contro la stupidità non abbiamo difese». Lo stupido è soddisfatto di sé e «non ascolta argomentazioni», ma parlandogli «ci si accorge che non si ha a che fare direttamente con lui personalmente, ma con slogan, motti ecc. da cui egli è dominato». Lo stupido è «ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito, (…) è uno strumento senza volontà» che proprio per questo può essere «capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale». Una sua «liberazione interiore è possibile, nella maggioranza dei casi», dice Bonhoeffer, «solo dopo esser stata preceduta dalla liberazione esteriore; fino a quel momento dovremo rinunciare ad ogni tentativo di convincere lo stupido».
Inutile cercar di capire cosa pensi “Il popolo” da parte di chi «pensa e agisce
in modo responsabile». Utile è cercar di fare quanto è possibile perché
reimpari a pensare, ma a partire da cosa se non dall’esempio di pochi,
dall’attenzione che i non-stupidi potranno avere per loro, purché, aggiungo,
siano davvero non-stupidi? Trent’anni dopo potrebbe essere il titolo di un
saggio sul «problema degli stupidi» nell’Italia contemporanea, su una
popolazione che è convinta di ragionare («io penso che», esordiamo tutti) e
ragiona invece con la testa del potere e del mercato, «degli slogan, motti
ecc.» che il potere ha pervicacemente instillato nella sua mente, sul modello
nato sotto le dittature e tra Wall Street, Washington, e Hollywood. L’Italia è un paese di stupidi, di un’immensa maggioranza di stupidi di cui facciamo in qualche modo parte tutti, catturati dal binomio diventato indissolubile, che ci ha drogati e pervertiti: il consumo-e-consenso. Non insisto su questo, ma è bene guardarsi allo specchio, stupidi siamo tutti, chi più chi meno (e di più chi pensa di non esserlo). L’abbiamo dimostrato nei fatti, il nostro è un paese di un’immensa maggioranza omologata e conformista dove tutti si credono minoranza perché si aggrappano a tradizioni e identità di cui restano minime eco, o a differenze fasulle, di consumi. (Le più fastidiose, per me, le “minoranze narcise”, gruppi e associazioni che riempiono la penisola reagendo al fatto di non contar niente con l’invenzione di carità pelose e divertimenti alternativi, ovviamente “culturali”…).
Un problema forte si poneva a Bonhoeffer e si pone a noi: «il rischio di
lasciarci spingere al disprezzo per gli uomini»; per gli stupidi che credono di
pensare con la loro testa e oggi, mettiamo, pensano con quella di Berlusconi e
dei giornalisti, dei pubblicitari e dei guru, o anche degli “indignati” di una
sinistra tutta di chiacchiera. «Disprezzando gli uomini cadremmo esattamente
nello stesso errore dei nostri avversari». È un’impresa titanica, di questi
tempi, e tuttavia irrinunciabile. Il segreto per riuscirvi sta nell’«imparare a
valutare gli uomini più per quello che soffrono che per quello che fanno o non
fanno», e qui dovrebbe essere, credo, la chiave del nostro lavoro. Non tagliare
i fili e anche se è una fatica di Sisifo, specialmente con i “vicini”, tentare
sempre il dialogo, la comunicazione diretta essendo quella mediatica e
istituzionale così fortemente corrotta. Per fortuna «è un’esperienza molto
sorprendente, ma innegabile, che il male si riveli - e spesso in un arco di
tempo inaspettatamente breve - stupido e incapace di raggiungere i suoi
obiettivi».Per chi vuole essere meno stupido, nell’Italia stupidissima di fine trentennio, e per chi voglia aiutare gli altri a non esserlo, importa, per cominciare, riconoscere la propria parte di stupidità (complicità).
Vale per tutti, ma soprattutto per coloro che si sono assunti o si sono trovati ad avere responsabilità minime o massime verso la collettività.
Goffredo Fofi ,6
giugno 2010
(Goffredo Fofi (1937)Saggista, critico teatrale e
cinematografico, disincantato osservatore politico, Goffredo Fofi è una delle
personalità più attive e combattive della cultura italiana. Il suo impegno,
incentrato soprattutto sul rapporto tra la realtà sociale e la sua
rappresentazione nelle arti, ha favorito la nascita di riviste
"storiche" come «Quaderni piacentini», «Ombre rosse», «Linea
d’ombra», «La terra vista dalla luna», oltre a tradursi in un numero sterminato
di articoli, interventi, iniziative. Polemico e provocatorio, Goffredo Fofi si
è però spesso dimostrato un apripista riuscendo (nel cinema, come nel teatro,
come nella letteratura) a individuare in tempi non sospetti stili, tendenze e
autori canonizzati successivamente (e spesso con colpevole ritardo) dalla
cultura ufficiale.



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