mercoledì 29 aprile 2020

INCIPIT : In quell’anno 1925.quando sbocciò……




In quell'anno 1925, quando sbocciò l'idillio della mulatta Gabriella e dell'arabo Nacib, il periodo delle piogge s'era tanto prolungato oltre il naturale e il necessario che i proprietari s'incrociavano per le vie, come gregge smarrito, per chiedersi l'un l'altro, la paura negli occhi e nella voce:
«Non cesserà mai?»
Si riferivano alle piogge: non s'era mai vista tanta acqua precipitarsi dal cielo, notte e giorno, quasi ininterrottamente. «Ancora una settimana e tutto sarà perduto.»
«L'intero raccolto ... »
«Dio mio!»
Parlavano del raccolto che si annunciava eccezionale, da battere tutti gli anni precedenti. Con i prezzi del cacao in aumento costante, significava ancora maggior ricchezza, prosperità, benessere, danaro a paiate. I figli sarebbero andati nei più costosi collegi delle grandi città, nuove ville sarebbero sorte in nuovi quartieri residenziali, mobili di lusso fatti venire da Rio, pianoforti a coda messi come decorazione nei salotti, negozi colmi d'ogni ben di Dio, in continua moltiplicazione, attività in sviluppo, liquori a fiumi nei locali notturni, donne su tutte le navi in arrivo, gioco d'azzardo nei bar e negli alberghi: il progresso, insomma, la meravigliosa civiltà.
E pensare che queste piogge, ormai anche troppo abbondanti, diluvio addirittura, s'erano fatte aspettare, avevano ritardato, s'erano fatte pregare! Qualche mese prima i fazendeiros avevano alzato gli occhi verso il cielo terso, alla ricerca di nuvole, di segni di prossima pioggia. Crescevano le piantagioni di cacao, si estendevano per l'intero sud di Bahia, aspettavano le piogge indispensabili perché i frutti appena nati potessero crescere e sostituire i fiori sugli alberi. La processione di San Giorgio, quell'anno, aveva assunto l'aspetto d'una ansiosa promessa collettiva al santo patrono della città.
 
Il baldacchino, ricoperto d'oro, era stato sorretto dalle spalle orgogliose dei notabili, i più grandi fazendeiros, vestiti con le tuniche rosse della confraternita. Fatto eccezionale, se si pensa che i padroni del cacao non eccellevano certo in religiosità, non frequentavano chiese, ribelli a messe e confessioni e lasciavano debolezze del genere alle donne di casa: «Le cose di chiesa son faccende da donne.»
Loro si limitavano ad esaudire le richieste di danaro del vescovo e dei preti per le opere di beneficenza e assistenza: l'istituto delle suore, sulla collina della Vittoria, il palazzo diocesano, scuole di catechismo, novene, mese di Maria, riunioni, feste di Sant'Antonio e di San Giovanni. •
Quell'anno, invece di restare come al solito nei bar a ubriacarsi, erano tutti dietro la processione, le candele in pugno, contriti, promettendo mare monti e quattrini a san Giorgio, in cambio delle piogge preziose. La moltitudme. dietro il baldacchino, accompagnava per le strade le orazioni dei frati. Con tutti i paramenti, le mani giunte, la faccia compunta, padre Basilio intonava le preghiere con voce sonora. Era stato. prescelto per questa importante funzione, non solo per le sue indubbie virtù riconosciute e apprezzate da tutti, ma perché Il sant'uomo possedeva terreni e piantagioni di cacao: aveva insomma un interesse diretto nell'aiuto celeste. Ecco perché pregava con tanto fervore.
Le numerose zitelle, intorno alla statua di santa Maria Maddalena, ritirata al mattino dalla chiesa di San Sebastiano per tenere compagnia al santo patrono nella sua passeggiata attraverso la città, andavano in estasi davanti all'esaltazione del frate, solitamente frettoloso e buontempone, che diceva. messa in un batter d'occhio e restava distratto davanti alle tante cose che gli dicevano in confessione: così diverso da padre Cecilie!
 
La voce vigorosa e interessata del frate volava verso il cielo in una ardente preghiera, e volavano le voci nasali delle zitelle, il coro unanime dei fazendeiros, e le voci delle spose, delle figlie, dei figli, dei commercianti degli esportatori, dei contadini arrivati per godersi la festa, dei manovali, dei facchini, dei marinai, delle prostitute, dei commercianti, dei giocatori di professione, dei malandrini di ogni specie, dei bambini della scuola di catechismo, delle Figlie di Maria. Le preghiere volavano verso un cielo diafano, senza un'ombra, dove ardeva il sole spietato come un pallone di fuoco sterminatore, pronto a distruggere i germogli appena nati dei caschi di cacao.
Alcune signore della migliore società, per voto fatto durante l'ultimo ballo del Club Progresso, seguivano la processione a piedi scalzi, offrivano al santo il sacrificio della loro eleganza in cambio della pioggia. Si mormoravano promesse d'ogni genere, si metteva fretta al santo, non gli si concedevano possibili ritardi: egli vedeva bene la disperazione dei suoi protetti: ciò che gli chiedevano era un miracolo urgente.

San Giorgio non restò indifferente alle preghiere, alla stupefacente e commovente religiosità dei fazendeiros, al danaro promesso per la chiesa madre, ai piedini nudi delle signore .castigati dal selciato tagliente. Ma ciò che lo convinse davvero, fu l'agonia di padre Basilio. Il povero prete era tanto angosciato per la sorte dei suoi caschi di cacao, che nelle pause della preghiera, quando esplodeva il coro, giurava al santo che si sarebbe astenuto un mese intero dai languidi favori della sua comare e balia Otalia. Cinque volte comare poiché già cinque vigorosi virgulti - vigorosi e ricchi di promesse come le piantagioni di cacao del frate - essa aveva portato al fonte battesimale avvolti in lini e merletti. Padre Basilio, non potendoli adottare, era diventato padrino di tutti e cinque tre femmine e due maschi - e, applicando la carità cristiana,aveva prestato l'uso del suo stesso cognome: Cerqueira, cognome onesto e rispettato.

Come avrebbe mai potuto san Giorgio restare freddo davanti a tanta bontà? Dopo tutto, egli, bene o male, governava i   destini di quella terra, oggi del cacao, fin dai tempi delle capitantas.! Il donatario, Jorge de Figueiredo Correia, cui il re del Portogallo aveva regalato, in segno d'amicizia, queste decine di leghe popolate da selvaggi e foreste, non volendo abbandonare i piaceri della corte di Lisbona in cambio della foresta vergine, aveva spedito un suo cognato spagnolo a morire per mano degli indios. Però, s'era raccomandato di porre sotto la protezione del santo vincitore dei draghi quel suo feudo che il re si era degnato di offrirglì. Non potendo andare personalmente in quella terra distante e selvaggia, le mandava il proprio nome e la fortuna della consacrazione a san Giorgio. E così, da circa quattrocento anni, dalla groppa del suo cavallo volante sulla luna, il santo aveva seguito il burrascoso destino di san Giorgio di Ilhéus. Aveva visto gli indios trucidare i primi
colonizzatori ed essere a loro volta trucidati e fatti schiavi, aveva visto sorgere le fabbriche di zucchero e le piantagioni di caffè, modeste le une, mediocri le altre. Aveva visto questa terra restare immobile, senza più futuro, attraverso secoli. Ma poi, aveva assistito all'arrivo delle prime piante di cacao ed aveva ordinato alle scimmie juparas di pensar loro a farle moltiplicare.

Forse, senza un'idea precisa, soltanto per rinnovare il panorama che doveva averlo annoiato dopo tanti anni. Senza neppure immaginare, forse, che con il cacao arrivava la ricchezza, ed arrivavano i tempi nuovi per la terra che egli proteggeva. Vide, allora, cose terribili: uomini che si scannavano a tradimento e senza pietà per impadronirsi di valli e colline, di fiumi e boschi, bruciando foreste, piantando febbrilmente estensioni ed estensioni di cacao. Vide la regione svilupparsi in un baleno, spuntare paesi e villaggi, vide arrivare ad I1héus il progresso a braccetto del vescovo, e nascere nuovi centri  Itabuna, Itapira - e sorgere l'istituto delle suore; e vide ancora l'arrivo di navi cariche di gente: insomma, vide tante cose che pensava niente più potesse ormai impressionarlo. E invece si impressionò veramente davanti a quella improvvisa e profonda devozione dei fazendeiros, uomini rudi, poco inclini a leggi e preghiere, davanti alla insensata promessa di padre Basilio Cerqueira, per natura focoso e intemperante, così focoso e intemperante che il santo dubitava seriamente potesse manteneri a fino in fondo.

Non appena la processione sbucò sulla piazza di San Sebastiano, sostando di fronte alla piccola chiesa bianca, non appena Gloria si segnò sorridente dalla sua finestra di peccato, non appena l'arabo Nacib uscì dal suo deserto bar per godersi meglio lo spettacolo, allora accadde il miracolo. No, non si coprì di nuvole nere il cielo azzurro, non cominciò a cadere….

Jorge Amado  Gabriella garofano e cannella  1958, prima edizione italiana 1962

Jorge Amado nasce il 10 agosto 1912 in una fattoria nell'interno di Itabuna nello stato di Bahia, in Brasile. Figlio di un grande proprietario terriero produttore di cacao (un cosiddetto "fazendeiro"), fu testimone fin da bambino delle lotte violente che venivano scatenate per il possesso della terra. Attratto dalla letteratura fin dall'adolescenza , si propone subito come giovane ribelle, sia dal punto di vista letterario che politico, scelta fra l'altro alla quale il grande "cantore di Bahia" non ha mai deflesso, anche quando i pericoli erano assai minacciosi (ad esempio, negli anni della dittatura nazista, che, se avesse vinto, rischiava di contagiare anche le civiltà sudamericane). Jorge Amado esordisce non ancora ventenne con il suo primo romanzo "Il paese del Carnevale", storia di un giovane che non riesce a trovare la sua strada in una società che rifiuta di affrontare i problemi per ignorarli o mascherarli con trucchi di vario genere, fra cui appunto il mitico Carnevale. Seguirono subito dopo due romanzi di impegno sociale "Cacao" e "Sudore": la sua scelta ideale di vita troverà nelle opere successive una serie di precise conferme mentre le sue scelte politiche, come l'adesione al Partito Comunista, provocheranno più volte il suo arresto e l'esilio. Finita la seconda guerra mondiale, infatti, costretto ad allontanarsi dal Brasile con l'ascesa alla presidenza di Enrico Gaspar Dutra, Jorge Amado vive prima a Parigi e poi, vincitore del premio Stalin, passa tre anni nell'Unione Sovietica. Nel 1952 pubblica in tre volumi "I sotterranei della libertà", la storia delle lotte del partito comunista in Brasile. Pubblica in seguito altre opere minori sul suo soggiorno nei paesi dell'Unione Sovietica. Nel 1958, ritornato in Brasile, pubblica con sorpresa di tutti "Gabriella, garofano e cannella". Un ritorno al passato, alla sua terra d'origine e alle lotte dei "fazendeiros" per il possesso delle terre; nel romanzo, tra una sparatoria e una cavalcata la bella Gabriela ama e rivendica il diritto di amare. Questo diritto di amare al femminile, questo superamento del binomio sesso-peccato può sembrare banale, al giorno d'oggi, ma a quel tempo, nel 1958, ottenne un effetto provocatorio forse superiore a quello dello stesso "Jubiabá" vent'anni prima. Una riprova? Amado non poté rimettere piede a Ilhéus per molto tempo a causa delle minacce ricevute per aver offeso l'onore e la rispettabilità delle donne del posto. Muore nell’agosto 2001

Eremo Rocca  S. Stefano  mercoledì  29 aprile 2009

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