Non è il silenzio e nemmeno
l’isolamento quello che stabilisce il nostro rapporto con la precarietà. Sono i
rumori del nostro corpo che finalmente
riescono a farsi sentire proprio grazie al silenzio e all’isolamento . Un
rapporto che abbiamo a lungo misconosciuto e che torna con prepotenza se non
proprio a dettare legge almeno a farsi
sentire in primo piano . Parliamo però solo dei rumori normali legati alla
nostra fisiologia che non hanno niente a
che fare con i rumori sintomatici di alterazioni o infermità o rare predisposizioni come le acufonie e le misofonie ( rumori fastidiosi ).
Ci sono anche rumori che sentiamo solo
noi. Fra questi, il battito del cuore, che è dovuto ai movimenti del muscolo cardiaco
e al flusso del sangue attraverso atri e ventricoli, e il tinnito, il
fastidioso fischio nell’orecchio causato da una stimolazione anomala dei
recettori sonori, situati nell’orecchio.
Le nostre cellule si rinnovano di
continuo. Aveva ragione il filosofo presocratico Eraclito, quando
affermava che “non scendiamo due volte nello stesso fiume” per dire che, nel
tempo, siamo sempre diversi. “Panta rei”, tutto scorre, nel nostro corpo come
nell’Universo. Forse siamo davvero una scheggia del tutto.
Aristotele afferma nel De Anima
(II, I 412 a 20) che il corpo è materia, la quale riceve dall’anima la sua
forma: l’anima è la forma di un corpo organizzato, corpo che è materia, corpo
che ha la vita in potenza, che diventa atto tramite l’anima.
Tommaso d’Aquino, pur seguendo
Aristotele, dice di lasciare lo studio del corpo al medico,.Soma e psiche, resistono nella tradizione occidentale e la loro distinzione si deve a Platone mentre Cartesio parla di res cogitans e res extensa, interrogandosi comunque su che cosa le unisca.. Parla di distinzione di soma e psiche anche Lacan che nel suo Seminario X, L'angoscia (Einaudi, p. 66) a proposito dell’angoscia mette assieme il somatico e il psichico .
Nella storiografia classica. il corpo
umano venne a lungo considerato un
oggetto a-storico Nella storia culturale
di matrice tedesca e negli Annales francesi il corpo veniva considerato talvolta in relazione alla storia della
nascita, della malattia, del morire e della morte, della nutrizione e della sessualità
e non oltre.. Si deve al postrutturalismo
francese , alla teoria femminista aneiesistenzialista attorno agli
anni 1980-90 l’idea che il corpo fosse
un “prodotto della storia” indipendentemente dalla sua evoluzione biologica.
Si deve in particolare ai lavori del
filosofo Michel Foucault l’attenzione alle
diverse forme impresse al corpo individuale da un potere non concepito come
repressivo, ma produttivo (ad esempio nelle istituzioni disciplinari), ma anche
nel contesto del discorso sull'igiene e delle sue pratiche.
Il corpo è anche oggetto nella
letteratura di opere antiche e moderne .
Per esempio il romanzo di Daniel Pennac
“Storia di un corpo” che inizia
proprio con un discorso sul
corpo: tornata a casa dopo il funerale del padre, Lison si vede consegnare un
pacco, un regalo post mortem del defunto genitore.E’ appunto un curioso diario
del corpo che lui ha tenuto dall'età di dodici anni fino agli ultimi giorni
della sua vita.
Come pure in "Scritto sul corpo" di Jeanette Winterson c'è una specie di gioco che
l'autrice propone ai lettori, tanto più sorprendente e coinvolgente in quanto
applicato ad un romanzo d'amore che possiede il ritmo febbrile e coinvolgente
di ogni vera passione: mentre di tutti gli altri personaggi sappiamo se si tratta
di un uomo o una donna, l'autrice non lascia mai capire a quale sesso
appartenga l'Io narrante, la voce e il punto di vista attraverso i quali
vengono filtrate tutte le vicende e tutte le figure della storia. Di questa
passione d'amore bruciante, poetica, profondamente incisa nei sensi e nella
mente, conosciamo l'oggetto - Louise, una bellissima donna sposata dai capelli
color Tiziano - ma non il soggetto, se non tramite rari indizi sparsi qua e là,
troppo incerti per ricavarne una conferma definitiva.Un romanzo coinvolgente, di struttura
circolare, intensissimo e ben costruito che accoglie la sfida di sublimare il
corpo con la parola, con la narrazione e la descrizione di quelle stesse
emozioni (sentimenti, non morbosi piaceri!) che il corpo scrivono e plasmano.
Per\ Sabino Acquaviva,
invece la rivendicazione dei diritti del
corpo ha capovolto l’immagine della cultura: nella società del Novecento le norme erano sopra, e il corpo sotto; oggi
tende invece ad accadere il contrario: è l’esperienza di noi stessi che
costituisce, almeno nei desideri, l’immagine del mondo e i significati
dell’esistenza. Quel che è rimasto dell’esperienza politica del ’68 può essere
individuato nel capovolgimento del rapporto tra noi, le nostre esperienze
affettive e il nostro corpo: «la radicale diversità rispetto al passato — e
dunque la fine di una civiltà — è anzitutto nell’esperienza fisica,
e quindi radicale, profonda, di qualche cosa di diverso: è l’esperienza
profonda del nostro essere fisicamente che si trasforma, è il senso del rifiuto
e dell’accettazione, del disgusto e della gioia, di essere noi stessi, che
assume dimensioni diverse» (1).
In
sostanza sembra oggi che il Corpo sia “il
tempo del trionfo”. Nelle utopie politiche delle controculture e nel movimento
femminista, nelle scienze antropologiche e nella psicoterapia, in ogni piega
della civiltà dei consumi come nelle correnti spirituali che si ispirano
all’Oriente, ritroviamo costantemente il corpo in posizione centrale. Ma la domanda
è : la nostra civilizzazione si è veramente «riappropriata del corpo», oppure
la nuova attenzione al corpo è una sensazione illusoria, come un
«arto fantasma»?
Partendo dall’affermazione di Spinoza,
per il quale noi non sappiamo ciò che può essere un corpo, dal
momento che l’esperienza che ne abbiamo è molto limitata, il filosofo
portoghese, Fernando Belo nel suo libro Lecture
matérialiste de l’évangile de Marc. Récit, pratique, idéologie (ed. Cerf,
Paris 1974), che lo rese famoso, parzialmente tradotto nel 1975 dalla Claudiana
di Torino1
col titolo Una lettura politica del Vangelo ipotizza la piena epifania del corpo umano che
avverrà solo quando tutte le sue forze attive saranno liberate da una
formazione sociale radicalmente socialista: «Se i corpi non sono più
affascinati dall’oro e dal denaro, quale produzione farà seguito alla
liberazione delle forze di lavoro? quale gioco, nel senso di
Nietzsche, sarà il loro? se non sono più repressi dal re, dal potere dello
Stato, quale ordine farà seguito alla liberazione delle forze di autonomia?
quale danza sarà la loro? se non sono più deviati dal dio e
dal lógos, quale scrittura, quale scienza, quale arte farà seguito alla
liberazione delle forme di scrittura? quale riso sarà il loro? quale rapporto
profano/sacro, quale festa, quale tragico anche, sempre nel senso di
Nietzsche?»(2)
«L’ebraico non ha un termine per
indicare il corpo. Questo dipende dal fatto che nel pensiero dell’Antico
Testamento la distinzione tra materia e forma non viene mai sottolineata. Così
pure, l’uomo non immagina se stesso come colui che si forma come individuo in
possesso della massima perfezione possibile, partendo dalla materia che gli è
propria. L’artista che dà forma all’argilla non è l’uomo; Dio è colui che può
mandarla in frantumi. E neppure l’uomo concepisce se stesso primariamente come
un individuo distinto da altri, quasi che fosse essenzialmente un microcosmo.
Infine, manca la distinzione tra corpo e un io vero e proprio, come se l’uomo
fosse quello che è prescindendo dal suo corpo carnale» (3)
(1)
S. Acquaviva, In
principio era il corpo, Roma 1977, p. 20.
(2)
F. Belo, Lecture materialiste de
l’évangile de Marc, Paris 1975, p. 391.
(3)
E. Schweizer, sôma, in Grande
lessico del N.T., vol. XIII, Brescia 1981, c. 755. Cf. anche
J.H.T. Robinson, Il corpo, Torino 1967, pp. 13-16. Per
l’antropologia veterotestamentaria, cf. W.H. Schmidt, Dizionario
biblico. Teologia dell’A.T., Milano 1981, alla voce ‘carne’, p. 54 s.


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