In questo lungo esame sul corpo ospitiamo una riflessione della Dr. Maria Rita Ferri Psicoterapeuta Psicoanalitico che sviluppa l’aspetto appunto psicoterapeutico e psicoanalitico
Il
corpo è il destino. Una trasformazione del corpo ha del perturbante perché
compresa dall’Inconscio come trasformazione del destino. Destino identitario.
Destino dell’essere, esso sancisce se
gli investimenti sul Sé siano o meno riusciti, se l’Ideale dell’Io abbia
baciato il reale.
Il
corpo è sostanza del rincorrere dell’Io che tende a ricongiungersi con
l’oggetto amato.
Nel
corpo si inscrive, inoltre, la perdita ed il ritrovamento dell’oggetto estetico
e trasformativo (C. Bollas), e ad esso dona visibilità.
Il
corpo, dunque, racconta la storia e il destino di cure materne irrinunciabili
per esistere.
E’
esso il regno dell’Ideale dell’Io.
Poiché,
inoltre, il soma è la sede delle sensazioni-emozioni vissute, il corpo diviene
il diario in cui è possibile che si conservi il ricordo e l’incisione, come nei
muri di A.Tàpies, di ogni nostro vivere,
il ricordo dell’Altro e del nostro Sé uniti: diario intimo di un incontro.
L’Io
trovò dimora nel soma nei tempi in cui essere
era essere-con-la- madre (C.Bollas), ovvero con un oggetto
altamente trasformativo (che trasforma il Sé), un vero oggetto estetico.
Inizialmente
l’Io viveva nel volto della madre, quando sorridere a lei era riconoscerla come
sua creatura.
La
ricorrente esperienza d’essere-con-lei dona
stabilità dell’essere al piccolo Io,
e l’idioma delle cure materne permette alla psiche di riconoscere nel corpo la
propria dimora, mantenendo pur sempre nel volto della madre il proprio inizio
al mondo.
Il soggetto ha abitato, infatti, un tempo, il
volto della madre, esso era la sua dimora, e il suo inizio.
Attraverso
l’idioma delle cure della madre esso integrerà la “penombra di associazioni”
con W. Bion, ovvero le sensazioni-emozioni che il mondo conosciuto e non ancora
pensato, attraverso le mani della madre gli offrirà in un’unica entità dove
egli potrà poggiarsi ed ex-sistere.
La
memoria del primo luogo si intreccia con la memoria di un primo esistere, ove
l’incontro con l’oggetto non aveva rappresentazione, ma esitava in una
ricorrente esperienza d’essere trasformato dall’Altro.
E
nel suo vivere il soggetto non rinuncerà alla ricerca di un oggetto d’amore
che, per esser tale, deve promettere una trasformazione del Sé.
Nell’ontogenesi
l’Io ne ha memoria, come di un oggetto conosciuto e non pensato (C. Bollas),
come primo corpo in cui vivere.
La
sacralità dell’oggetto, per l’Io, deriva dall’essere il suo inizio ontogenetico
e nel suo potere di destare amore, ovvero trasformare lo stato vitale del Sé.
L’Io
ha abitato l’oggetto trasformativo, ed il passaggio al corpo coincide, dunque,
con un lutto dell’oggetto primario, difficile a farsi, tanto che
l’oggetto-corpo non è spesso amato dall’Io, né riconosciuto, perché luogo di
una mancanza originaria, perché privato dell’Altro.
Esso
indica una caduta nel reale dal sogno di unione che un giorno era pur vero, di
creare ogni momento il mondo e Sé.
Amare
il corpo è per l’Io amare l’idea di aver avuto un inizio, attraverso una
separazione dal mondo e aver perduto il dono di esistere per sempre.
Il
corpo è memoria di tale antica separazione di cui non si ha ricordo, ma dolore.
E’ memoria di un lutto: per avere un corpo bisogna dimenticare le stelle.
Si
può chiedere, inconsciamente, ad esso, di avere un potere trasformativo
sull’Altro. Il soggetto, così, si identifica immaginariamente con il primo
oggetto del suo amore.
E’
lo sguardo dell’Altro, quindi, a testimoniare che il corpo abbia trattenuto in
sé quella sacralità trasformativa che era certezza per l’Io di un primo amore.
L’Ideale dell’Io giunge in soccorso dell’Io
perché suggerisce una forma ideale di esistere, un punto di luce
sull’orizzonte, un fine.
L’immagine
di sé trattiene la luce di un primo amore come ideale di cui il corpo non può
che essere un effetto: l’ombra di un primo oggetto amato e perduto perché divenuto
altro-da-sé.
Non
scompare, nell’Io, il sentimento di essere stati un tempo un punto senza
confini, che raccoglieva, oltre ogni limite, la filogenesi di un sogno: essere
uno nell’universo materno.
Il
corpo è per l’Io, intimamente, la madre. Il suo ricordo ardente e del momento
in cui essere era essere-con-lei.
Poter
separarsi dai sogni ontogenetici permette di esistere, avere un’ombra. Il corpo
è dunque, l’immagine pittografica di un inizio.
Accogliere il corpo è accogliere la fine di un
sogno, ma anche l’inizio
di
un percorso identitario, congiungendo la corporeità all’Ideale dell’Io.
Proseguire
senza l’Altro fa affiorare, infatti, un Ideale che, nell’identificante, precede
e accompagna il divenire corporeo.
Essere
al centro di un’evoluzione è essere al centro di un impasto pulsionale,
possibile solo se l’oggetto mai sarà “perduto di vista”, con J. B. Pontalis.
E’
anche vero che ogni perdita oggettuale è una perdita di imago corporea, perché
l’Altro era in noi.
Tornare
ad essere nel corpo è tornare a ricomporre i frammenti d’essere che ogni
perdita generò e ricostruire, filo a filo, ogni tessuto d’amore che legò l’Io
all’oggetto.
Vivere nel corpo è dunque ricomporre e
riparare all’interno l’oggetto perduto, come memoria amata di sé, e ricostruire
l’identità come un arricchimento di senso e dunque estetico, che diviene
passione d’essere.
Va aggiunto, infine, che il corpo, in un
pensiero pittografico,
in
quanto alter ego dello psichico, è rappresentante di un non-essere,
prolungamento sconosciuto di una psiche che cerca l’assoluto.
Come
non-essere il corpo viene negato al vivere, non appartiene ad alcuno. E’ resto
abbandonato perché non pensato, abitato da Thanatos e quindi misconosciuto dal
vivente.
L’Io,
perduto l’oggetto, ha sulle labbra un corpo proprio, come nuovo destino
possibile, in cerca di una psiche che lo abiti e lo pensi in esistenza.


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