La
domanda è : serve più autonomia in dote alle Regioni o serve avere più Stato ?
E’vero, il pluralismo dei centri di governo rimane una ricchezza delle democrazie
avanzate. Le cose però non funzionano tanto bene quando si disegna un
sistema di attribuzioni sovrapposte e
perciò confuse. Quando ogni atto deve essere suffragato da pareri, intese,
controfirme, la vita istituzionale può essere rallentata e addirittura subire contraccolpi. Laddove soprattutto si instaura un clima,come capita
nel nostro paese, che non vuole
assolutamente tener conto che dove c’è
potere deve esserci responsabilità per affermare il principio fondatore
della democrazia. Un principio che in Italia viene continuamente messo in discussione dalle azioni di tanti potentati, dove nessuno o pochissimi sono chiamati a rendere conto di
fatti anche gravi. Una condizione questa
che ha dato vita ad un sistema
che non distribuisce in modo chiaro
né i poteri né i doveri e porta inevitabilmente alla conclusione che le responsabilità non sono rintracciabili.
Di conseguenza un continuo rimpallo di responsabilità e un volgare “scaricabarile”
tra Stato, Regioni e Comuni.
Una
condizione improponibile a volte a chi
osa cercare un filo conduttore, una bussola nell’eccesso di norme. Per esempio
sono 234 i provvedimenti normativi statali , senza contare quelli locali
per un eccesso di 1.000 ( mille
!) pagine di norme promulgati nei primi
due mesi di gestione del’emergenza
dovuta alla epidemia di sars-covid 19, con edizioni straordinarie della
Gazzetta Ufficiale e uscite domenicali. Eccesso che rallenta ogni decisione, la
rende incerta, in definitiva meno vincolante.
La
domanda che ci siamo posti all’inizio allora in termini di sanità forse ha una
sola risposta : più Stato ? Giacché in
presenza di venti sistemi sanitari che dividono, la potestà legislativa concorrente di tutti e di nessuno , è diventata il
paradigma del riparto tra Stato e
Regioni. Forse proprio per la sanità occorrerebbe rimettere mano alla riforma del Titolo V della Costituzione,
operata a suo tempo, anche per non tornare indietro, magari anche con un
referendum.
Anche se forse in questo caso per andare avanti basta tornare indietro
.Tornare ad un regionalismo separatista
,quel modello ipotizzato dai costituenti nel 1947 . Un modello
separatista anziché cooperativo, come lo chiamano i giuristi, con la più rigida differenziazione tra Stato e
Regioni , tra poteri statali e poteri regionali.
In
questo caso varrebbe una delle affermazioni avanzate in tema di abolizione di una delle
due camere ,in particolare il Senato, che parte dalla constatazione che fare in due le stesse cose non porta da nessuna parte se non ad un eccesso , quanto mai lodevole in
alcune situazione ma non proprio in quella che stiamo vivendo.
Forse
la legge di conversione del D.L. 18/2020 potrebbe cominciare mettere rimedio ad
una situazione che rischia di aggravare minacciosamente i danni già subiti.
Un
quadro medievale di competenze esclusive
( vere o presunte ), francamente intollerabile per i tempi
che si vivono, per le
risposte che Stato e Regioni devono
dare ad esigenze e bisogni vitali e
definirli vitali non è retorica, non solo oggi ma anche in tempi diversi .


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