giovedì 30 aprile 2020

SILLABARI Semplificazione burocratica . Dopo la legge Bassanini (II Parte )





Qualche giorno fa ho inserito un post relativo ai problemi della burocrazia e allo “stato dell’arte” per così dire per arrivare a risolvere l’annoso problema  della semplificazione burocratica.

Che cosa è stato fatto nel nostro paese dall’entrata in vigore della riforma Bassanini ad oggi ?
Scrive   Roberto Bin  :” Il programma del Ministro Bassanini era davvero ambizioso: attuare una rivoluzione amministrativa in senso autonomistico “a costituzione vigente”. Operando con i soli strumenti della legislazione ordinaria, senza attendere la tanto conclamata riforma della Costituzione, si voleva anticipare il “federalismo” attraverso un radicale trasferimento di funzioni dal centro alla periferia. Gli strumenti di cui il Governo si è dotato sono eccezionali: una delega legislativa, concessagli dal Parlamento con la legge 59/1997, la cui ampiezza non ha precedenti. Il Governo è stato delegato a trasferire alle regioni ordinarie e agli enti locali tutte le funzioni amministrative di cui era titolare salvo quelle appositamente elencate dalla legge di delega: le funzioni escluse erano soltanto quelle tipiche di uno stato federale. Parallelamente, il Governo è stato delegato a por mano ad una radicale riforma delle strutture ministeriali, in modo da chiudere quegli uffici e quegli enti le cui funzioni venivano trasferite in periferia, conferendo alle regioni e agli enti locali le risorse umane, materiali e finanziarie relative; ed infine è stato delegato a ridisciplinare alcuni settori chiave, quali il commercio, gli ausili all’industria, il lavoro nella amministrazioni pubbliche, l’organizzazione scolastica.”

La legge 59 /97 Legge Bassanini trovava sul tavolo un avvio di riforma secondo il lavoro che in questo settore era stato già fatto a cominciare dagli anni 92-93 con i seguenti problemi :
a)dubbi di costituzionalità sulla privatizzazione di personale e dirigenza e, in particolare, sul sistema di contrattazione collettiva delineato nel ‘93, ma ancora non sperimentato e fortemente deturpato dai referendum del 1995;
b)distonia tra tendenze al decentramento amministrativo e disciplina accentrata di personale e dirigenza;
c)scarso realismo e tenuta della distinzione tra vertici politici e vertici burocratici;
d)nessuna riforma dei controlli sulla macchina amministrativa e sulle prestazioni del personale ispirati ad una moderna logica organizzativa;
e)unificazione parziale ed incerta delle regole tra pubblico e privato;
f)destino delle normative pregresse (ovvero l’insostenibile lentezza del c.d. trasformatore:
cioè l’art. 72 del d.lgs. 29/93)
g)persistente indeterminatezza del momento in cui ci sarebbe stato il passaggio di giurisdizione all’AGO,
con tutto quanto ad esso connesso.
A dieci anni dalla riforma Bassanini rimanevano in piedi ancora problemi come :
a) ridefinizione dei confini non valicabili dalla politica nell’azione della burocrazia;
b) consolidamento della controparte datoriale nelle negoziazioni a livello nazionale e decentrato (diretto coinvolgimento dei comitati di settore);
c) chiara configurazione delle responsabilità gestionali della dirigenza;
d) uso pieno dei sistemi di valutazione della dirigenza e del personale;
e) affinamento dei sistemi punitivo/premiali;
f) allocazione più razionale del personale e dell’uso delle tipologie contrattuali;
g) responsabilizzazione degli agenti contrattuali a livello decentrato;
h) efficienza del sistema di relazioni contrattuali;
i) contenimento e regolarizzazione del precariato.

Scrive lo stesso Franco Bassanini nel 2008 : “E’ del tutto improprio parlare di riforma Bassanini, come si fa nel titolo di questo convegno. Per varie ragioni: innanzitutto perché il processo di ammodernamento del nostro sistema amministrativo negli anni novanta è stato un processo lungo e complesso, cominciato nel decennio precedente con un importante elaborazione parlamentare, che portò alla approvazione delle leggi 142 e 241 del 1990: io vi diedi un contributo, penso non del tutto irrilevante; ma si trattò di un’opera collegiale. Vorrei ricordare qui soprattutto il contributo del compianto Silvano Labriola, allora presidente
della Commissione Affari Costituzionali della Camera.
Venne poi il decreto 29, che diede il via alla contrattualizzazione/ privatizzazione del lavoro pubblico: una rivoluzione rispetto alla tradizione pubblicistica dominante fin dall’unità d’Italia (e da prima ancora); dovuta
al primo governo Amato e al sottosegretario Sacconi. Il decreto 29 fu poi ampiamente modificato dal governo Ciampi e dal ministro Sabino Cassese;  ma è controverso se la novella  Cassese abbia migliorato o peggiorato l’impianto originario, ed è comunque indiscutibile che l’asse della riforma restò quello definito dal governo Amato.
Quanto alle leggi Bassanini, furono anch’esse il prodotto di un lavoro collegiale: credo che Sandro Pajno, Massimo D’Antona, Luisa Torchia o Vincenzo Cerulli Irelli (che presiedeva la commissione bicamerale
competente) potrebbero mettere il.... nome in ditta tanto quanto il Ministro dell’epoca. Ho fatto contare gli emendamenti approvati nel corso dell’iter parlamentare delle 5 leggi Bassanini: è risultato che ben 142 emendamenti (approvati dalla Camera col parere favorevole del Governo) erano a firma di Franco Frattini, dunque del più autorevole esponente dell’opposizione nella materia in oggetto. Non solo dunque si è trattato di un lavoro collegiale, di un lavoro di squadra, e di una squadra assai numerosa; ma anche di un
lavoro bipartisan: così, delle cinque c.d. leggi Bassanini, tre urono votate dalla opposizione di centro-destra, ed ebbero il voto contrario della sola piccola pattuglia dei parlamentari di Rifondazione Comunista. E i centodue tra decreti legislativi e dPCM emanati per l’attuazione delle deleghe previste dalla legge 59 ebbero tutti, alla fine, l’unanime parere favorevole della Conferenza Unificata, indipendentemente dalle appartenenze partitiche dei suoi membri.  (1)


E ancora in riferimento  ai problemi irrisolti dalle sue proposte di legge scrive sempre Bassanini  : E innanzitutto da quelli relativi alla riduzione dei costi della macchina amministrativa, che all’inizio degli anni Novanta rappresentò il primo obiettivo della riforma, di fronte alla impetuosa crescita del debito pubblico. Tra il 1992 e il 2000, il costo dell’aggregato “retribuzioni del personale pubblico”, complessivamente considerato (Stato, Regioni, enti locali, enti pubblici, Forze Armate e corpi di polizia), diminuì di due punti rispetto al PIL, dal 12,6% al 10,6% (dati Istat rettificati), dando così un notevole contributo (inferiore solo a quello derivante dalla riduzione della spesa per interessi sul debito pubblico) all’ operazione di risanamento della finanza pubblica, che consentì all’Italia di entrare nell’Unione monetaria europea.
A fine 2000, l’Italia contava così quasi due milioni di dipendenti pubblici meno della Francia e del Regno Unito. Il numero dei dipendenti pubblici rispetto alla popolazione e il costo del personale rispetto al PIL erano entrambi discesi al di sotto della media dei Paesi OCSE. Dal 2000 in poi, è dunque lecito sostenere che  il problema dell’amministrazione pubblica italiana non è tanto il costo delle PPAA (che naturalmente
deve essere contenuto e se possibile ulteriormente ridotto), ma la qualità dei servizi e delle prestazioni che da esse vengono erogati ai cittadini e alle imprese, nonché la qualità della regolazione e i costi
regolativi e burocratici ai medesimi imposti.
Non irrilevanti sono stati – come è noto - i risultati delle riforme degli anni novanta anche sul terreno
qualitativo. Importanti settori economici (dalla siderurgia alle telecomunicazioni, dal credito all’energia), fino ad allora dominati da monopoli o oligopoli pubblici, furono in quegli anni liberalizzati e privatizzati. Le istituzioni territoriali furono dotate di assetti istituzionali più moderni, di governi più stabili, di compiti,
poteri e risorse molto più rilevanti, anticipando processi di decentramento oggi avviati in tutte le principali democrazie europee. La struttura del Governo fu totalmente ridisegnata, riaggregando e riaccorpando i ministeri per missioni omogenee e diversificando i modelli organizzativi ( agenzie Utg) allineandosi (in questo caso con molto ritardo) ai modelli dei maggiori Stati europei. Sia pur con adattamenti e deroghe, furono largamente importati, nel settore pubblico, metodi gestionali e rapporti di lavoro da lungo tempo in uso nel settore privato (e nei sistemi amministrativi anglosassoni). Programmazione strategica, controllo di gestione, valutazione delle performance, responsabilità, merito, customer satisfaction cessarono di essere parole estranee alla cultura delle amministrazioni pubbliche e divennero, almeno sulla carta, strumenti ordinari dellaloro attività. Tra i primi al mondo, l’Italia si dotò degli strumenti necessari per la digitalizzazione dell’amministrazione (dal documento elettronico alla firma digitale, dalla informatizzazione del fisco alla sperimentazione della carta d’identità elettronica). 

Il successo della autocertificazione faceva sperare in una rapida realizzazione del progetto di totale
decertificazione e di radicale digitalizzazione e reingegnerizzazione delle amministrazioni delineato nel piano di e-government del 2000.
L’introduzione dell’analisi dell’impatto della regolazione prometteva un forte alleggerimento dei carich
i regolativi e burocratici.
Così alla fine del decennio, il rapporto OCSE del marzo 2001, sulla Regulatory Reformin Italia, attestava gli “impressionanti progressi” realizzati in pochi anni dal nostro Paese sul terreno della qualità della regolazione, della semplificazione burocratica e dell’ammodernamento dell’amministrazione, elencando dati positivi dei quali, per vero, né l’opinione pubblica né il ceto politico italiano sembravano consapevoli (mentre – singolarmente – la riforma italiana veniva apprezzata all’estero, e in ispecie in Francia.”

Passi da giganti che purtroppo  hanno incontrato difficoltà per arrivare a completare quel cammino così ben intrapreso . Ma sarà oggetto di un altro post .

( 1 )(pubblicato in Astrid Rassegna, n. 17/2008)

Leggi anche  la prima parte del 27 aprile 2020

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