martedì 14 aprile 2020

SOCRATE CAFE’ Perché?




 Il 6 aprile u.s. ho inserito una primo post  di questa rubrica.In questo breve scritto voglio  illustrare il motivo e i perchè di questa rubrica .

In un lontano giorno dell’anno 399 a.C. fu eseguita in Atene una condanna in base ad argomenti politici e religiosi. Quella condanna aveva il compito di togliere dalle strade un testimone vigile dei nostri fantasmi, delle nostre farneticazioni.
All’alba di quel giorno nel carcere di Atene  la cicuta addormentava un uomo chiamato Socrate. Allo stesso tempo quella cicuta anestetizzava , come procedimento di disimpegno nella storia a venire , anche la parola “ filosofia” assunta spesso  come ampolla di cicuta, valida  per prevenire un ritorno spiacevole nella polis umana interiore, dell’inquieto ed angosciante interrogatore.
Socrate l’interrogatore è stato sacrificato  in favore di quanti fossero disposti a vendere, a buon mercato all’umanità, pillole anestetiche. Con le quali sono state tacitate  quelle situazioni della vita dell’uomo innanzi alle quali, egli,  in tutti i tempi ha preferito fuggire piuttosto che affrontarle, assumerle nel fondo del cuore,farne misura  di  malattia e di salute  del proprio animo.
Anche il racconto che Platone ci fa di quella condanna , presentando la riflessione di Socrate sulla morte, come trattato dell’immortalità dell’anima o come teoria delle idee lascia un poco interdetti.
Proprio perché  conosce altrettanto bene l’uomo quanto Socrate, egli si presta al gioco  e sapendo che  l’uomo sfugge la morte e solo il pensarla  gli scatena reazioni di fuga e di difesa cerca di  mascherare il discorso.  Infatti dire nei suoi dialoghi quello che  Socrate pensava della morte avrebbe sortito l’effetto  di difesa e di fuga del lettore. Allo stesso modo dire che cosa pensa Socrate delle altre cose della vita oltre che di quelle della morte sortisce l’effetto di allontanare il lettore, anzi l’ascoltatore.
E allora ? Per non far fuggire il lettore Platone  espone una dottrina  forse pseudo scientifica  come costruzione speculativa  che appunto impegna l’uomo  fino ad un certo punto.
Fino  a che punto?  Non lo so perché ripensando a Socrate  mi sembra che non voleva aggiungere nulla  con la “filosofia” al soggetto umano e non voleva togliergli nulla. Voleva soltanto interrogarlo  di se stesso e su  se stesso  per amore di sapere.Quella filosofia  abbiamo detto  veniva poi anestetizzata  insieme a Socrate nel sonno per lui ahimè liberatorio della morte  ma per noi  che viviamo denso di fantasmi.
D’altra parte philo-sophia ci  insegnano i manuali  sta ad indicare amore, amicizia (philia)  per il sapere , sapienza (sophia)
Filosofia e quindi filosofo  è “amore per il sapere” e il filosofo è chi ama la sapienza.
Ovvero il filosofo va definito più appropriatamente  come l’amico della sapienza anche se la ama  come si amano gli amici.
Ma come noi non “possediamo” gli amici  pur amandoli , così il filosofo non possiede la sapienza pur amandola.
Dell’amico poi sappiamo molte cose  ma non possiamo dire di sapere tutto.
Andrea Tagliapietre  in “Il dono del filosofo. Il gesto originario  della filosofia “ pubblicato  da Einaudi , 2009, sulla scia di Blumenberg intepreta il gesto filosofico  come modo per mantenere a distanza  l’assolutismo della realtà.
Dunque anche il filosofo veneziano  ci invita a guardare a Socrate ( pag, 196) per ripristinare il senso originario della filosofia.
Ossia ci invita a guardare alla sua  mirabile capacità di trasformare il dono del filosofo in “ iniziativa e splendida  forma di vita “. Fermo restando che si tratta  di un dono “perfettamente  gratuito, che non attende e non pretende  restituzione, perché il suo compito non è fare e insegnare a costruire gabbie, prigioni o trappole, bensì come suggerisce Wittgenstein, mostrare alla mosca come venirne fuori. Noi siamo  eravamo canne che pensano ma siamo diventate mosche. Noi siamo mosche intente a venire  fuori dalle ragnatele.
Ma il filosofo si trova in una situazione paradossale . Nell’amicizia  uno deve  comunque già conoscere  qualcosa dell’amico  per desiderare che l’amicizia continui : C’è una sola condizione che permette di mantenere in vita un’amicizia . Che qualcosa di quest’amicizia ci piace.
Questa piccola cosa che già conosciamo  e che ci piace ci porta a considerare tale amicizia  particolarmente interessante .Sta qui il “fascino” che ci lega a questa amicizia.
Il paradosso sta nel fatto che  pur conoscendo qualcosa del nostro amico, pur essendone affascinati ,si è portati a credere di poter “rinvenire sempre dell’altro”
Dunque: “ se per un verso  nessuno potrebbe amare , e tanto meno desiderare, qualcosa che già possedesse  in pieno per l’altro verso  neppure potrebbe amare quello  stesso esistente , se nulla sapesse di esso; se nulla cioè, sempre del medesimo, in qualche modo e nello stesso tempo,già non possedesse.”
Amiamo le persone che ci stanno vicine  per quello che già conosciamo  di loro ma anche per quella parte  della loro identità  che in qualche modo ci rimane  ancora sconosciuta.
In  altre parole la filosofia  , come dice Umberto Galimberti,  non è possesso ma ricerca ( e ritorniamo a Socrate) della verità. Per questo non fornisce risposte , ma radicalizza le domande  volte a problematizzare l’esistente, per evitare  di assopirsi in quei sogni beati  propri di chi ritiene  che la vita debba essere senza pensieri , quando invece l’uomo è un prodotto di lotte  intime e sociali ,la cui soluzione provvisoria va cercato in quel dialogo infinito con gli altri , capace di allargare la propria visione del mondo , la cui angustia è la vera responsabile  dell’acuirsi del dolore  nell’insolubilità dei problemi.
Continua Galimberti, adottando il metodo socratico  della “dotta ignoranza”, la filosofia a differenza della religione , non è autoritaria. Non dice : Io possiedo  la verità e tu apprendila. Perché è persuasa che la verità , anche se incompiuta,  imperfetta e mescolata a tanti errori , dimori in ciascun uomo.  E “ maestro” non è chi trasmette la verità, ma chi aiuta gli uomini a trarla fuori  dalla confusione delle loro opinioni , anche se in contrasto  con le idee più diffuse  e da tutti condivise.
Quando chiesero a Socrate che cosa insegnava , lui rispose che non insegnava niente  perché era ignorante , ma aiutava coloro che ritenevano di sapere  qualcosa a fondare  le loro opinioni  con argomenti solidi , in modo che stessero in piedi da sole  e non per l’autorità di chi le enunciava , per la fede in credenze infondate , per l’impatto emotivo , per la suggestione degli affetti.
E’ QUESTO DUNQUE “SOCRATE CAFE’” un piccolo esperimento  da  “sala parto”.
Infatti  Socrate, siccome riteneva di non essere in possesso di alcuna verità  da trasmettere, paragonava  il suo lavoro a quello di sua madre  che aiutava  le partorienti a generare .Allo stesso modo lui aiutava i suoi discepoli  a partorire la verità che, segretamente, a loro insaputa , custodivano.
Chiamò questo metodo FILO-SOFIA che come dicevamo significa amore per il sapere ,distinguendola dalla sofia dei sapienti  che non amano  il sapere perché ritengono di possederlo.  Amore infatti, come abbiamo detto, non è possesso ma ricerca , tensione e desiderio della cosa  o della persona amata.
Per questo nel  racconto che ci fa Socrate  nel Simposio, Amore non è figlio di Afrodite , come voleva la mitologia greca  ma di Penia, che significa penuria , povertà. Essendo povero  Amore non possiede  e perciò cerca allo stesso modo della filoosofia  che, possedendo  alcuna verità, ne va alla ricerca.
Per questo Socrate dice : “ Amore è filosofo, perché sta in mezzo tra il sapiente che non cerca la verità perché ritiene di possederla e  l’ignorante che non la cerca  perché non desidera sapere “ .
In questo senso è possibile dire che la filosofia non è un sapere  ma un atteggiamento.  L’atteggiamento di chi non smette di fare domande , di mettere in crisi tutte le risposte  che sembrano definitive . La filosofia avrebbe dovuto inventare un mondo possibile  al di là del mondo reale.
In verità la parola filosofia  è , nell’essenza sua, simbolo  sostitutivo dell’esistenziale , uno dei tentativi più drammatici  di chiarificazione che la storia ricordi , e dietro di essa c’è il volto indefinito  dell’uomo che aspira a determinarsi  uscendo dalle brume del fisiologico .  La parola filosofia volle essere una risposta tragica fiorita nel V secolo a.C. ad una domanda che non ha età :  la domanda posta dal volto indefinito dell’uomo di allora , di poi, di oggi.  Si infransero con quella domanda tutti i quadri precostituiti  a delineare la natura dell’uomo  e contro i quali vanno ad infrangersi ancora oggi i travestimenti  che all’uomo porge  la quotidianità.
Venne poi la Storia della filosofia che  care figliole voi insegnate … che appare  una delle più stupefacenti metonimie della storia umana : In essa si prende il predicato per soggetto , l’indice per origine, la semiotica per etiologia  e soprattutto  per tema da svolgere  un impegno da  assolvere .
Con la filosofia Socrate  non aggiunse qualcosa al soggetto  umano che lo qualificasse  temporalmente alla stessa stregua  di parole come “astronomo”, “ fisiologo”, “politico” , “sofista”, né il prefisso “ filos “ di “Sofos” ebbe  un valore  puramente negativo  dell’ideale sofistico.
Siamo tornati a Socrate per dire  che con lui si verifica  un’interruzione di fondo , che non si può colmare con  una superficiale correlazione  con la dottrina dei suoi contemporanei.
E siamo tornati a lui per dire anche che “Socrate Cafè”  è  solo una introduzione per coloro  che lo incontrano , non come accadeva ai suoi contemporanei per le strade di Atene, ma nelle presentazioni cattedratiche .
Socrate Cafè vuole difendere il dialogo , impedire che il dialogo vada a morire  in notizia o paludata dottrina.
Si tratta di impedire che le  Ore del Fedone,del Convito , del Fedro, si riducano  ad ore,  cronologiche  invece che diventare pagine intime  di interpretazione e esistenziale del mondo .
“Siamo chiamati  ad esistere nel Fedone , nel Fedro, nel Convito  e non a comprenderli come  comunicazioni oggettive attorno  all’immortalità dell’anima , alla dialettica, all’amore.
 R.Bultman dice “comprendere qualcosa  significa riferirla a sé, comprenderla  in ed insieme a sé”.
Con una consapevolezza. Non a caso a chi gli chiedeva  come stessero le cose  rispetto ai vari argomenti  di riflessione e di conversazione Socrate rispondeva sempre di non saperlo.
Ovvero  filosofia come la propone Socrate Cafè  è una strana  conoscenza in virtù della quale  nell’acquisire poche  o molte conoscenze specifiche  e particolari si dovrebbe imparare  a tener viva, appunto, la consapevolezza  che di tutto quello che in qualche modo si è fatto  esperienza non se ne sa quasi nulla. Con il problema conseguente però  del modo con cui  ci si rapporta  a quello che si sa. 
Ma stop per il momento. Riflettere  e digerire queste riflessioni e tornarci sopra in un altro post. Anche con l’aiuto di chi ha letto fin qui ?


Eremo Rocca S. Stefano martedì 14 aprile 2020

1 commento:

  1. Sono arrivata fino alla fine. Certo, un po' lungo per lo standard di Facebook, ma proprio bello. Mi ha riportato alla riscoperta di qualcosa in cui nella mia vita ho sempre creduto e cercato di attuare. Ci sarò riuscita? Non lo so, né mi importa saperlo, so solo che ci ho provato. Ora ho poche occasioni, ma resta la piacevole riscoperta di Socrate e del suo pensiero illuminante.

    RispondiElimina